L’ossessione della sinistra per la destra… un articolo del Corriere della Sera a firma di Pierluigi Battista

Estromesso il «nemico» Silvio Berlusconi da Palazzo Chigi, un nuovo (ma vecchissimo) fantasma popola gli incubi di una parte della sinistra italiana: l’ossessione della «destra». L’Italia è in confusione politica? Le categorie vacillano, le appartenenze appaiono incerte e da rifondare? Si riafferma allora l’angoscia del confine identitario, delle colonne d’Ercole oltre le quali ci si avventura nella palude del tradimento. Perciò rifiorisce la vecchia scomunica. Walter Veltroni, sostiene perentoriamente Nichi Vendola, è andato a «destra», sia pur nella destra «colta» e non sbracata come quella berlusconiana.
E pure Mario Monti: attenzione perché è di «destra», si comincia a mormorare nella stampa di sinistra. È un bisogno spasmodico di crearsi un nuovo nemico, una smania di purificazione che comporta sempre il prezzo feroce delle «purghe».
Purgarsi dal nemico «interno», da sempre, nella tradizione più autoritaria della sinistra, il più pericoloso. Per cui non si dice: Veltroni è di un’altra sinistra, giacché le sinistre possono essere più d’una. No, si dice: Veltroni è «di destra». Per cui, come accade con Stefano Fassina, responsabile per l’economia del Pd, anche Pietro Ichino che vuole mettere in discussione l’articolo 18 sarebbe «oggettivamente» di destra. E anche il ministro Elsa Fornero.
Quindi meglio non rischiare, non sfidare l’ignoto che inevitabilmente scaraventa chi ci prova nel campo infetto del nemico. Una logica abbastanza conosciuta nella storia di una parte della sinistra. Perché anche la sinistra non è mai stata una, come invece si è detto per tutti gli anni della sbornia bipolarista della Seconda Repubblica.
Un tempo c’era la sinistra comunista, quella socialista, quella cattolica, quella radicale, quella liberal-democratica, quella post-azionista e così via.
Era di sinistra Enrico Berlinguer. Ma era di sinistra Bettino Craxi. Era di sinistra Marco Pannella, ed era pure di sinistra Carlo Donat Cattin (di cui recentemente il giornale web L’inkiesta ha riesumato le appassionate difese dell’articolo 18 quando venne approvato lo Statuto dei lavoratori, per dire). Però c’era sempre qualcuno che si arrogava il diritto di rappresentare l’unica vera e autentica sinistra.
Caduto il Muro di Berlino si sperava che si fosse chiusa anche l’epoca dei distributori delle patenti di sinistra, i vidimatori dell’autentica sinistra, i custodi dell’ortodossia. E invece no, l’eredità del passato non è stata smaltita. Invece di spiegare cosa fosse accaduto alla sinistra per accogliere tra le sue braccia un uomo della destra più genuina come Antonio Di Pietro, la destra «law and order» e «tutti in galera», si è ricominciato con il giochetto del sospetto su chi, un po’ troppo riformista e «revisionista», vorrebbe portare la sinistra nella destra (o forse inoculare il virus della destra nella sinistra, non è chiaro).
Già qualche tempo fa Rosy Bindi, esponente di una robusta tradizione di sinistra cristiana, decretò che addirittura Tony Blair non potesse essere definito di «sinistra». Uno dei pilastri della sinistra mondiale, il laburismo inglese, veniva espulso dalla sua casa e rigettato nelle contrade contaminate della destra. Qualche mese fa è toccato a Matteo Renzi, neutralizzato e spintonato nei cortei del suo partito, il Pd, con lo stesso refrain intimidatorio e censorio: fai finta di essere di sinistra. Ma ora, con la fine del cemento antiberlusconiano che aveva tenuto insieme anime diverse e persino opposte, l’ossessione della destra non ha più argini.
Veltroni viene accostato alla destra. Ma è lo stesso sostegno al governo Monti che comincia a diventare uno psicodramma: non stiamo forse perdendo la nostra anima, la purezza della nostra «sinistra», sostenendo un tecnico che certo non è impresentabile come Berlusconi ma di fatto conduce una politica che per semplicità emotiva possiamo definire non di sinistra, e dunque di destra? Sembra una baruffa nominalistica, è vero. Ma è dall’esito di questa baruffa che può determinarsi il prossimo destino del Pd: se coltivare il proprio orticello di sinistra, oppure se fare del governo Monti la base delle scelte politiche ed elettorali che si imporranno entro al massimo un anno. L’ossessione della «destra» è solo un pretesto per non scegliere.

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