Per quanto tempo la Germania può non difendere la moneta comune?

 

Il settimanale tedesco “Der Spiegel” riassume molto bene il problema di fondo della difesa dell’Euro. Da un lato chi intende dotare di risorse molto consistenti il cosiddetto Fondo Salva-Stati. Dall’altro chi invece intende limitare queste risorse e soprattutto sottoporre a continue verifiche l’opportunità di intervenire o meno sul mercato, con il retropensiero che soltanto attraverso una politica di rigore si possono salvare quei Paesi spendaccioni della sponda mediterranea. Neanche una riga viene spesa dal settimanale sull’ipotesi di un intervento della Banca Centrale Europea come aveva fatto profilare all’orizzonte l’intervento del Governatore Draghi. È la Germania Federale che continua a fare resistenza, anche attraverso le dichiarazioni ufficiali della sua Banca centrale, la Bundesbank, timorosa di una ripresa dell’inflazione e per niente preoccupata invece dal problema della ripresa economica che sta angosciando l’intera Europa, con l’Italia in testa. Dal rosa della speranza si è passati al grigio del pessimismo e tutti ora si chiedono quanto potrà durare l’altalena messa in movimento dall’atteggiamento tedesco. Anche se il Cancelliere Merkel appare comprendere le richieste dei partner meno fortunati, è difficile prevedere se e quando vi sarà una ulteriore apertura rispetto alle tradizionali posizioni di rigore, sempre rigore, soltanto rigore. Ecco perché lo spread, che valuta la differenza tra i nostri titoli di stato e quelli emessi dalla Germania, resta a livelli molto elevati, poco sotto la quota 500.

La speculazione è in agguato. Per il momento sta alla finestra in attesa di vedere che fine farà il Fondo Salva-Stati. I mercati restano volatili e imprevedibili a causa delle vacanze estive e nessuno si azzarda ad avanzare previsioni. Ma l’impressione è che non si riesca ancora a rompere quel nocciolo duro tedesco che impedisce l’attribuzione alla Banca Centrale Europea degli stessi poteri o almeno similari a quelli della Riserva Federale Americana, della Banca del Giappone e della Banca Federale Svizzera: poteri di emettere e quindi garantire titoli di stato, o Eurobond, nonché di iniettare liquidità nel sistema per cercare di alimentare una ripresa dell’economia reale di cui ancora non si intravede neanche l’inizio. Ma se non parte un minimo di ripresa, non vengono stimolati gli investimenti, continuano a latitare i consumi delle famiglie, la grande ruota non si rimette in moto e non soltanto non si creano nuovi posti di lavoro ma addirittura si continua a perderne, come nel nostro Paese, con forti rischi per una coesione sociale che finora si è mantenuta stabile. L’esito della battaglia sull’Euro rimane perciò affidato ad una flessibilità tedesca che per il momento prima si manifesta, poi scompare, si ritira per riapparire, secondo la logica di mantenere unita quell’Unione Europea che resta il grande mercato delle esportazioni di Berlino. Ma è anche da dire che il tempo delle esitazioni è finito e che se dovesse ripartire un’altra grande ondata di speculazione, sarà quanto mai difficile poi erigere un argine a difesa dell’Euro che dopo ogni attacco deve essere purtroppo sempre più alto e sempre più costoso. (da ilM del 2 agosto ’12)

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