cosa accade con il dissesto? a chi conviene?

Il primo dissesto di un comune “ordinato” dalla Corte dei Conti (in ragione dei poteri conferiti dal decreto “premi e sanzioni”) si è verificato in Toscana, a Castiglion Fiorentino (AR). Il secondo caso, clamoroso perché si tratta di un capoluogo di provincia, è piemontese, ed è quello di Alessandria.

Molti comuni, inoltre, testimoniano una crisi profonda, che colpisce anche molte città metropolitane, da Torino fino a Napoli e Palermo. O città comunque importanti, quali Parma ed Ancona, Foggia e Catania. Il tutto con inevitabile contorno di aziende in crisi (è il caso della azienda di trasporto pubblico di Genova, di quella dei rifiuti e della multiservizi di Palermo) o di fallimenti già conclamati (così l’azienda di rifiuti di Foggia e quella di trasporto di Caserta), nelle quali sono avviati messa in mobilità e di licenziamento dei dipendenti.

La questione non è di poco conto, anche perché il fenomeno che si sta registrando è che il fenomeno del “fallimento” delle amministrazioni comunali non riguarda più solo il Sud, bensì anche il Centro-Nord. È un problema nazionale, che è un dovere affrontare e risolvere, visto gli effetti che potrebbe avere il “fallimento” di grandi città quali Roma, Torino e Napoli sulla credibilità finanziaria del Paese, in un momento in cui lo “spread” è un termine entrato nel linguaggio comune.

Anzitutto cerchiamo di comprendere quali sono le conseguenze di un fatto del genere che, anticipiamo, pesano tutte sui cittadini. La gestione del comune viene divisa in due: al Sindaco resta in mano la gestione corrente (a meno che non venga giudicato responsabile del dissesto, ed in tal caso si torna alle elezioni. Il sindaco “colpevole”, per altro, diventa ineleggibile); il debito del comune viene invece affidato ad una amministrazione commissariale (un po’ come in un normale fallimento), ad eccezione dei debiti per investimento, che rimangono a carico del sindaco.

I debiti, comunque, li pagherà per intero la città, perché ormai la norma esclude un intervento “esterno”. I commissari chiederanno quindi al comune di mettergli a disposizione immobili e risorse per pagare i debiti, anche se rateizzando l’importo. È chiaro che per i fornitori (comprese le stesse società del comune) il dissesto è un dramma, perché interrompe le procedure di riscossione coatta ed allunga i tempi di attesa: il dissesto del comune di Napoli durò circa 10 anni, tanto per avere una idea.

Sui cittadini peseranno maggiori imposte, perché la norma impone che tutte le aliquote fiscali vengano portate al massimo, e che i servizi a domanda individuale vengano coperti da tariffe almeno per il 36% del loro costo, ad eccezione degli asili dove la copertura deve essere del 50%, dei rifiuti per il 100% e dell’acqua per l’80%.

Il dissesto, ancora, risolve di diritto tutti i contratti a tempo determinato, e quindi comporta il “licenziamento” immediato di una parte spesso significativa dei dipendenti comunali, con effetti pesantissimi sui servizi. Ne potranno essere riassunti al massimo il 50% e solo dopo il parere favorevole della Commissione per la finanza e gli organici del Ministero dell’Interno.

Divieto, ancora, permane per l’assunzione di nuovi mutui, per un periodo di 5 anni, con conseguente blocco di nuovi investimenti.

In sostanza il dissesto, se ovviamente facilita il lavoro di risanamento dell’ente, rischia di rivelarsi un peso insopportabile per le imprese e per i cittadini. Per questo da più parti si chiede al Governo un intervento che, in cambio di serie garanzie (non è più tempo di regalie a questo o quello), offra una mano a quei comuni che dimostrino di accettare un percorso di risanamento rigoroso ma non tale da ammazzare il malato.

La Corte dei Conti, nella autorevolissima persona del suo Presidente Giampaolino, ha già fatto delle proposte che vanno in questa direzione. Il Ministero dell’Economia e delle Finanze e quello dell’Interno ci stanno riflettendo ai massimi livelli. Si faccia presto e, soprattutto, si eviti il ricorso a leggine a favore di una città o di un’altra, come è stato fatto più volte senza mai avere il coraggio di affrontare il problema fino in fondo. (di Stefano Pozzoli)

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