Pd/Capolavoro sì, di confusione

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“Un capolavoro di democrazia”. Così Bersani ha definito l’esito dell’assemblea nazionale del Pd sulle primarie. Ma appena ventiquattr’ore dopo, dietro l’apparente unanimismo, le acque nel centrosinistra sono più agitate che mai. Secondo molti il segretario ha compiuto un nuovo, decisivo strappo nei confronti di quell’oligarchia che esattamente tre anni fa l’aveva incoronato segretario e della cui tutela oggi vuole sbarazzarsi. Non a caso, Rosy Bindi non ha nascosto il suo disappunto per l’accantonamento dell’emendamento anti-Renzi di cui lei era l’ispiratrice e che avrebbe di fatto consegnato le primarie agli apparati centrali. Dando partita vinta a Renzi, Bersani ha preso fragorosamente le distanze dall’oligarchia nata e cresciuta con lui e che vorrebbe continuare a condizionarlo. Una mossa azzardata, perché Bersani nelle vesti di rottamatore fa sinceramente sorridere, e soprattutto perché da ora in poi il segretario dovrà guardarsi non solo dal sindaco di Firenze, ma anche da coloro che dicono di sostenerlo. A partire da Veltroni e dallo stesso Prodi, che infatti evitano accuratamente di dichiarare per chi si schiereranno. Ma a complicare ancora di più il puzzle ci ha pensato Vendola, che se n’è uscito con un attacco frontale a Renzi “privo di adesione a modelli culturali che io penso debbano essere rottamati”. E qui sorge spontanea la domanda a cui nessuno, nel centrosinistra, è in grado di rispondere: quale sarà il programma di governo della coalizione che Bersani o Renzi si propongono di guidare alle prossime elezioni?
Sappiamo che Renzi vuole rottamare tutta la classe politica da Berlusconi a Bersani.
Sappiamo che il principale alleato del Pd sarà Vendola che chiede discontinuità e rottura rispetto al governo Monti.
Sappiamo che Bersani sta gradatamente prendendo le distanze dall’attuale premier – dimenticando di essere da un anno forza di governo – ma almeno metà del suo partito sostiene che nella prossima legislatura non ci si potrà discostare dall’agenda Monti. Il Pd, insomma, continua a ragionare e a comportarsi da partito di opposizione, non da capofila di una maggioranza di governo. Alle primarie, si confronteranno più candidati che idee per governare il Paese. E a confondere ancora di più le acque ci si è messo anche Di Pietro, che ora dice di voler correre alle primarie, “se saranno primarie di programma”. La solita babele che riporta in auge il fantasma dell’Unione, con l’incognita di cosa resterà del Pd dopo le primarie, chiunque le vinca. (ilM 08/10/2012)

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