art.18

Il nuovo articolo 18: cosa cambia con il progetto di riforma?

art.18L’argomento più dibattuto in questi giorni è sicuramente il progetto di riforma del lavoro del Governo Monti. In merito ho trovato veramente interessante l’articolo di Falasca Giampiero, su guida lavoro, che analizza nel dettaglio cosa potrebbe cambiare se il disegno legge sarà approvato così com’è! Buona lettura…

<<Il licenziamento si fa in tre. Nel progetto di riforma presentato dal Governo alle parti sociali, le forme di tutela contro il licenziamento ingiustificato possono seguire ben tre diversi percorsi, che si differenziano in ragione dei motivi del licenziamento. E’ ancora presto per dire se le modifiche proposte dal Governo arriveranno al traguardo, anche perché le variabili in campo sono diverse; in attesa di vedere se e come il progetto di riforma andrà avanti in Parlamento, è utile approfondire il contenuto della proposta presentata alle parti sociali, per capire quali effetti avrebbe sulla normativa vigente, ed iniziare ad elencare quali potrebbero essere i profili applicativi più critici.

La giusta causa e il giustificato motivo di licenziamento

Il primo aspetto che occorre considerare nell’esame del progetto di riforma è che non sono modificate le nozioni tradizionali di giusta causa e giustificato motivo di licenziamento. Resta quindi immutata la disciplina contenuta nell’art. 2119 c.c. Secondo la norma, la giusta causa di licenziamento si configura in presenza di una mancanza del dipendente che, valutata nel suo contenuto oggettivo oltre che nella sua portata soggettiva, in relazione alle circostanze in cui è posta in essere nonché all’intensità dell’elemento intenzionale, risulta gravemente lesiva della fiducia che il datore di lavoro deve riporre nel proprio dipendente. Quando si verifica la giusta causa, il licenziamento è consentito senza preavviso (ovvero prima della scadenza, se il contratto è a tempo determinato). Non cambia neanche la nozione di giustificato motivo soggettivo, come definita nell’art. 3 della legge n. 604/1966, che lo identifica con il notevole inadempimento del lavoratore agli obblighi inerenti la propria attività lavorativa. Infine, non cambia l’art. 3 della legge n. 604/1966, il quale prevede, accanto al giustificato motivo soggettivo, un’ulteriore ipotesi di licenziamento, nota come giustificato motivo oggettivo; tale causale di licenziamento attiene alle “ragioni inerenti all’attività produttiva, all’organizzazione del lavoro ed al regolare funzionamento di essa” (art. 3).

I presupposti del licenziamento quindi, non cambiano; quello che cambia, in misura rilevante, è la disciplina degli effetti che si verificano nel caso in cui questi presupposti risultano inesistenti.

Vediamo le novità del progetto di riforma, ripercorrendo i regimi di tutela che sono previsti per le tre tipologie di licenziamento che sono previste dalla nuova norma: discriminatorio, disciplinare, economico.

Il licenziamento discriminatorio

Il progetto di riforma è molto netto con riguardo al licenziamento di carattere discriminatorio (ipotesi in cui rientra anche il recesso in costanza di matrimonio o maternità). In tale ipotesi, non c’è discussione: a prescindere dalla dimensione dell’impresa, si applica la sanzione della nullità assoluta, e quindi il lavoratore ha diritto ad essere riammesso in servizio, oltre a vedersi pagato un risarcimento pari alle retribuzioni perse nel periodo intermedio. E la tutela si estende anche ai dirigenti, che di solito non beneficiano della reintegrazione sul posto di lavoro. Non è una vera innovazione, in quanto la legislazione vigente già sancisce, in diverse norme e con tecniche differenti, la nullità dei licenziamenti discriminatori. A tale riguardo, basta ricordare che secondo il combinato disposto dell’art. 3 della legge n. 108/1990, dell’art. 4 della legge n. 604/1966 e dell’art. 15 dello Statuto dei lavoratori, è punito con la nullità il licenziamento che, quale che sia la motivazione formalmente addotta dal datore di lavoro, sia in realtà intimato per una finalità di discriminazione politica, religiosa, sindacale, razziale, di lingua o di orientamento sessuale. L’art. 3 della legge n. 108/1990 già specificava che, in caso di licenziamento discriminatorio, si applica il regime di tutela reale, a prescindere dai requisiti dimensionali. La giurisprudenza ha arricchito questo regime riconoscendo la nullità del licenziamento fondato su un motivo illecito, di ritorsione o rappresaglia, nella misura in cui si configurano come arbitraria reazione datoriale a fronte di un comportamento legittimo posto in essere dal lavoratore o di rivendicazioni legittime avanzate dallo stesso. Vi sono poi disposizioni specifiche che sanciscono la nullità del licenziamento intimato nel periodo compreso tra il giorno della richiesta delle pubblicazioni e l’anno successivo alla celebrazione del matrimonio; questo provvedimento è affetto da nullità presumendosi, ai sensi dell’art. 35 del Dlgs n. 198/2006, ed opera oggettivamente non sussistendo in capo alla lavoratrice alcun obbligo di comunicazione del matrimonio al datore di lavoro. Parimenti, le lavoratrici non possono essere licenziate dall’inizio del periodo di gravidanza fino al termine del congedo di maternità, nonché fino al compimento di un 1 anno di età del bambino (art. 54 del Testo unico sulla maternità). In materia di adozioni e affidamenti, il divieto di licenziamento si applica fino a 1 anno dall’ingresso nel nucleo familiare in caso di fruizione del congedo di maternità e di paternità. Il divieto di licenziamento opera in connessione con lo stato oggettivo di gravidanza, e la lavoratrice, licenziata nel corso del periodo in cui opera il divieto, è tenuta a presentare al datore di lavoro idonea certificazione dalla quale risulti l’esistenza all’epoca del licenziamento, delle condizioni che lo vietavano. L’art. 54 Tu elenca una serie di casi tassativi che consentono di licenziare la lavoratrice durante il periodo di gravidanza. In particolare, il divieto di licenziamento non si applica nel caso di colpa grave da parte della lavoratrice, costituente giusta causa per la risoluzione del rapporto di lavoro (ex art. 2119 c.c.), cessazione dell’attività dell’azienda cui è addetta, ultimazione della prestazione per la quale la lavoratrice è stata assunta o risoluzione del rapporto di lavoro per la scadenza del termine, esito negativo della prova (Ministero del lavoro circ. n. 113/1996).

Licenziamento disciplinare

Se invece il licenziamento ha carattere disciplinare arriva cioè al termine di una procedura disciplinare, avviata con le forme previste dall’art. 7 dello Statuto dei lavoratori la sanzione applicabile cambia, secondo l’esito della causa. Se il Giudice accerta che i fatti posti a fondamento del licenziamento non potevano essere qualificati come giusta causa o giustificato motivo soggettivo, il lavoratore ha diritto a una tutela solo economica, e in particolare può vedersi riconosciuto il pagamento di un’indennità di importo variabile tra le 15 e le 24 mensilità dell’ultima retribuzione globale di fatto. A questa indennità non si aggiunge il ripristino del rapporto di lavoro che, anche se il recesso è stato giudicato illegittimo, viene dichiarato risolto di diritto dal Giudice. Il Giudice tuttavia non deve necessariamente procedere in tale direzione. Se accerta che il licenziamento disciplinare era illegittimo, in quanto il fatto non è stato commesso dal lavoratore oppure, anche se è stato commesso, doveva essere sanzionato con un provvedimento disciplinare meno grave del licenziamento, può scegliere di applicare la sanzione tradizionale della reintegrazione sul posto di lavoro, cui si aggiunge il risarcimento del danno in misura pari alle retribuzioni perse, ma di importo non superiore alle 12 mensilità. L’indennità deve essere commisurata tenendo conto degli altri redditi percepiti prima della reintegrazione, ed anche delle retribuzioni che il lavoratore avrebbe potuto percepire se, usando una normale diligenza, si fosse dedicato alla ricerca di una nuova occupazione. Viene in questo modo formalizzato il criterio del cd. aliunde percipiendum. In aggiunta all’indennità economica, il datore di lavoro viene condannato al pagamento dei contributivi previdenziali, in misura pari a quella che sarebbe stata dovuta per le somme spettanti a titolo retributivo; dal montante va detratto quanto percepito a titolo di ammortizzatori sociali. E’ escluso invece l’obbligo di pagamento delle sanzioni civile connesse all’omessa oppure alla ritardata contribuzione. La formulazione usata per individuare i casi in cui il Giudice può decidere di applicare la reintegrazione non è molto chiara, e quindi sarebbe opportuno distinguere meglio quando si applica la tutela meramente economica e quando invece si applica quella reale. Da notare che questo regime si applica anche al licenziamento dichiarato inefficace per mancanza della forma scritta, ed a quello intimato a un dipendente malato o infortunato (art. 2110 c.c.) oppure a quello motivato dall’inidoneità fisica o psichica del lavoratore.

Licenziamento per motivi economici

La terza ipotesi prevista dal progetto di riforma è quella più interessata da modifiche, rispetto alla normativa vigente. Se il datore di lavoro licenzia per giustificato motivo oggettivo (quello che, nella ricostruzione ormai dominante, viene definito come licenziamento per motivi economici), l’eventuale sanzione contro tale provvedimento è solo di tipo economico. Pertanto, il lavoratore che impugna il licenziamento può dimostrare che non esisteva il giustificato motivo oggettivo, ma in caso di esito positivo della propria azione può ottenere solo un’indennità di importo variabile tra le 15 e le 24 mensilità dell’ultima retribuzione globale di fatto. Tale indennità ha carattere omnicomprensivo ed esaurisce ogni altra forma di tutela applicabile. Il Giudice determina l’importo dell’indennità tenendo conto di alcuni elementi: le dimensioni dell’impresa, l’anzianità di servizio del lavoratore, le iniziative assunte da questo per trovare una nuova occupazione, il comportamento tenuto dalle parti nella procedura di conciliazione. Con riguardo a tale procedura, si prevede un’altra rilevante innovazione, finalizzata a stimolare le conciliazioni tra datore di lavoro e lavoratore. In caso di licenziamento per giustificato motivo oggettivo, infatti, il datore di lavoro deve notificare, prima di recedere dal rapporto, la propria intenzione al lavoratore e alla Direzione territoriale del lavoro. La comunicazione deve contenere l’esplicita manifestazione di volontà di procedere al licenziamento per motivo oggettivo, ed indicare i motivi del recesso; inoltre, è necessaria l’indicazione delle eventuali misure che si intendono adottate per assistere il lavoratore nella sua ricollocazione professionale. Una volta ricevuta la comunicazione, la Direzione territoriale convoca le parti entro 7 giorni e propone una conciliazione preventiva basata sulla risoluzione consensuale del rapporto e il riconoscimento di un’indennità economica. Per incentivare il raggiungimento dell’accordo in tale sede, la bozza di riforma prevede l’erogazione in favore del dipendente che accetta la conciliazione di un voucher da utilizzare per fruire di un servizio specializzato di outplacement. Le modalità di fruizione del voucher e il suo valore saranno definiti da un apposito decreto del Ministero del lavoro, che fisserà anche le compensazioni da riconoscere alle Agenzie per il lavoro. Nel complesso, si tratta di una normativa molto complessa, che dovrà essere verificata in sede applicativa per capire se effettivamente apporterà delle innovazioni. E’ chiaro che il datore di lavoro avrà una inevitabile tentazione di qualificare sempre come economico il licenziamento, ma tale discrezionalità dovrà tenere conto dell’approccio che avrà la giurisprudenza, che giustamente svolgerà un controllo preventivo (oggi inutile e quindi assente) sull’esatta qualificazione del licenziamento e quindi troverà dei meccanismi per contenere applicazioni elusive ella riforma.

Licenziamenti collettivi

Il progetto di riforma dovrebbe applicarsi anche ai licenziamenti collettivi, che dovrebbero essere soggetti alla stessa disciplina sanzionatoria del giustificato motivo oggettivo; quindi, anche per questi sarà escluso il diritto alla reintegrazione sul posto di lavoro. Per il resto, al pari di quanto accade con i presupposti del licenziamento individuale, dovrebbe essere confermata la disciplina che detta le condizioni di accesso alla riduzione collettiva di personale, contenuta nella legge n. 223/1991.

Disciplina applicabile alle piccole imprese

La nuova normativa non si applica alle piccole imprese, che continuano a restare soggette alla normativa sulla tutela obbligatoria già vigente. Rientrano in quest’area di tutela i datori di lavoro, imprenditori o non imprenditori, che nell’ambito dello stesso comune occupano fino a 15 dipendenti, le imprese agricole che nel medesimo ambito territoriale occupano fino a 5 dipendenti e, in ogni caso, i datori di lavoro che occupano alle proprie dipendenze fino a 60 dipendenti sul territorio nazionale. Per questi datori di lavoro, l’eventuale dichiarazione di illegittimità del licenziamento privo di giustificazione può determinare la riassunzione, e non la reintegrazione, del lavoratore; la riassunzione determina la costituzione di un nuovo rapporto di lavoro tra le medesime parti del contratto originario, illegittimamente interrotto. Inoltre, nel regime di tutela obbligatoria la scelta tra la riassunzione ed il pagamento di un’indennità risarcitoria è rimessa al datore di lavoro, al contrario di quanto avviene, nell’alveo della tutela reale, per la scelta tra reintegrazione sul posto di lavoro e percezione di un’indennità sostitutiva (scelta che l’art. 18, comma 5, rimette in capo al lavoratore).

Infine, l’indennità risarcitoria spettante al lavoratore è di importo notevolmente inferiore, in quanto nel caso in cui il datore di lavoro scelga di non riassumere il lavoratore, ma opti per il pagamento di un’indennità risarcitoria in suo favore, egli sarà tenuto a pagare una somma di importo variabile tra un minimo di due mensilità e mezzo sino ad un massimo di sei mensilità dell’ultima retribuzione globale di fatto (con un parziale incremento con i lavoratori che hanno anzianità lavorative molto lunghe).

Impugnazione del licenziamento

Da ultimo va esaminato l’impatto della riforma sul regime di impugnazione dei licenziamenti. L’art. 6 della legge 604/1966 pone in capo al dipendente (non dirigente), che intenda contestare la legittimità del licenziamento intimatogli, l’onere di manifestare espressamente la volontà di impugnare il recesso datoriale. Tale volontà si deve esplicare attraverso un’impugnazione scritta del provvedimento, che deve pervenire al datore di lavoro, a pena di decadenza, nel termine di 60 giorni dalla ricezione del provvedimento che dispone il licenziamento (ovvero dalla comunicazione dei motivi, ove il lavoratore ne abbia fatto richiesta). Una volta impugnato il licenziamento in via stragiudiziale, il lavoratore ha l’onere di proporre l’azione in giudizio entro i successivi 270 giorni, a pena di inefficacia dell’impugnazione originaria, come previsto dal cd. Collegato lavoro (legge n. 183/2010). Tale disciplina, secondo quanto annunciato dal Governo, dovrebbe cambiare solo per l’impugnazione dei contratti a termine; per chi vorrà impugnare il termine apposto a tali contratti, infatti, dovrebbe essere eliminato l’onere di proporre un’impugnazione stragiudiziale entro i 60 giorni dalla fine del rapporto. Questa modifica avrebbe la finalità di evitare che il lavoratore decida di non impugnare il contratto solo per il timore di non ottenere un ulteriore contratto a termine. Non sono annunciate, invece, modifiche per l’impugnazione dei licenziamenti, e quindi dovrebbe restare in vigore il sistema introdotto dal Collegato lavoro.>>

banca centrale europea

La Banca centrale presta euro che però non vanno a famiglie e aziende

banca centrale europeaDice, il Governatore della Banca Centrale Europea Mario Draghi, che certamente con l’ultima immissione di liquidità, pari a 530 miliardi di euro, si è cercato di “facilitare” il credito alle piccole e medie imprese del vecchio continente. Ma il Governatore ammette anche che questa ripresa del credito, con l’obiettivo di fornire ossigeno al tessuto imprenditoriale più fitto e diffuso sul territorio, non si è ancora avverata. Quella “stretta al credito”, ovvero “credit crunch” nel linguaggio dei tecnici, che si voleva scongiurare, resta un rischio molto concreto.

Lo sanno bene oltre 4 milioni di aziende italiane che ogni giorno devono fare i conti con il problema della scarsa liquidità. Eppure, proprio agli istituti di credito del nostro Paese sono andati quasi 140 dei 530 miliardi di euro della Banca Centrale. Ma la super asta europea di denaro al tasso dell’uno per cento non è stata effettuata per favorire le banche, bensì per aprire nuovi canali di credito, a tassi anche questi più bassi, nei confronti di imprese in una fase di asfissia. Se però si vuole sintetizzare il problema, tanta liquidità fresca non arriva agli imprenditori e perciò non si rimette in moto il circolo virtuoso degli investimenti che generano nuovi posti di lavoro e fanno crescere le aziende.

E allora, che fare? Sembra evidente che, senza una strategia di rilancio del Governo, tutta tesa verso il futuro, la macchina produttiva resterà ancora bloccata dal clima generale di incertezza, se non addirittura di paura. Il prezzo della benzina a livelli mai visti in precedenza, la gelata invernale dei consumi che sembra proseguire anche in primavera, la minaccia di due punti in più di Iva dall’autunno, la certezza che ormai si è entrati in una fase di recessione senza avere però la certezza che la crisi globale sia terminata o almeno migliorata: tutti questi elementi fanno pensare a un periodo di difficoltà economica lungo e serio, talora anche drammatico.

E su questo fronte già preoccupante arriva nelle ultime ore anche la minaccia di un ulteriore rincaro dei carburanti, sempre quelli. Da qui l’invito pressante rivolto a più riprese dal Popolo della Libertà e dal segretario Alfano perché finalmente sia riaperto il rubinetto del credito a chi lo merita e a chi può far crescere davvero il Paese: le famiglie e le imprese produttive.
(da il Mattinale n. 63)

l’Ordine del Giorno approvato in Consiglio Comunale sulla Città Metropolitana

IL CONSIGLIO COMUNALE

 PREMESSO CHE

  • La legge 42/2009 (legge delega sul federalismo fiscale), approvata dalle Camere nella primavera 2009, ha introdotto una disciplina transitoria che consente, in via facoltativa, una prima istituzione delle città metropolitane situate nelle Regioni a statuto ordinario;
  • Le città metropolitane potranno essere istituite, nell’ambito di una Regione, nelle aree metropolitane in cui sono compresi i comuni di Torino, Milano, Venezia, Genova, Bologna, Firenze, Bari, Napoli e Reggio Calabria;
  • La proposta di istituzione spetta al Comune capoluogo e alla Provincia, congiuntamente tra loro o separatamente;
  • La proposta  istitutiva  deve  ricevere   il  parere della  Regione ed  essere sottoposta  a referendum confermativo;
  • Con l’istituzione della città metropolitana deve essere decretata dal Governo, entro maggio 2013;
  • I decreti governativi prevederanno, tra  l’altro,  l’istituzione del consiglio  provvisorio della città metropolitana, composto dai Sindaci dei Comuni e dal Presidente della Provincia, e l’individuazione, quali funzioni fondamentali della città metropolitana, della pianificazione del territorio e delle reti infrastrutturali;   del   coordinamento   della   gestione   dei   servizi   pubblici;   della   promozione   e coordinamento dello sviluppo economico e sociale;
  • Le Province nel cui territorio sono situate le città metropolitane saranno soppresse solo dopo l’insediamento  degli  organi  definitivi  della  città  metropolitana.   Questi  saranno  individuati  da un’apposita legge ordinaria, alla quale è rinviata la definitiva istituzione delle città metropolitane e la relativa disciplina;
  • L’art.  15 della legge 42/2009 demanda ad un decreto legislativo la disciplina delle modalità di finanziamento delle funzioni delle città metropolitane, alle quali dev’essere garantita una maggiore autonomia d’entrata e di  spesa,  corrispondente alla complessità delle funzioni esercitate. Deve contestualmente procedersi alla riduzione dei finanziamenti agli enti locali le cui funzioni sono trasferite alle città metropolitane;
  • Per quanto concerne il finanziamento delle funzioni fondamentali, l’articolo 8 del D.Lgs. n. 216/2010 ha esteso le modalità di individuazione dei fabbisogni standard recate da tale provvedimento per gli enti locali, alle città metropolitane, una volta costituite e in quanto compatibili;
  • Le città metropolitane sono ora inserite nel processo di costruzione della fiscalità locale;

CONSIDERATO CHE

  • i fenomeni socio-demografici degli ultimi decenni hanno accresciuto l’interconnessione funzionale tra Reggio Calabria ed i Comuni della provincia reggina per quanto attiene, in particolare, il sistema dei trasporti e della mobilità, della pianificazione territoriale, della gestione del ciclo dei rifiuti e delle grandi infrastrutture in genere;
  • l’esigenza di dotare la Città di un più efficace ed efficiente sistema di governo del territorio passa attraverso una più complessiva semplificazione e razionalizzazione dei livelli istituzionali su area vasta che, nel rispetto delle identità locali, rafforzi il sistema metropolitano garantendo maggiori opportunità di sviluppo alle comunità locali;

S’IMPEGNA

  • a sostenere l’Amministrazione comunale nel processo di istituzione della costituente Reggio Città Metropolitana;

IMPEGNA IL SINDACO E LA GIUNTA

  • ad  avviare tempestivamente  ogni  conseguente  azione politico-istituzionale,  affinchè  la  compiuta definizione    dell’Area   Metropolitana    di   Reggio    Calabria    abbia   un   ampio    coinvolgimento interistituzionale e partecipativo anche delle comunità interessate.
  • ad attivare le procedure per la predisposizione del Piano Strategico Metropolitano.

28 marzo ore 11, palazzo San Giorgio presentazione dell’odg sul paventato spostamento dell’agenzia dei beni confiscati


IL CONSIGLIO COMUNALE
PREMESSO CHE:
Con decreto legge n.4 del 4 febbraio 2010, convertito in legge n. 50, il 31 marzo 2010 è stata istituita a Reggio Calabria l’Agenzia per i beni confiscati;
L’Agenzia per i beni confiscati con sede a Reggio Calabria è stata fortemente voluta dall’ex Ministro Maroni all’indomani di pesanti attentati della ‘ndrangheta verificatisi in città;
L’Agenzia è autorevole presidio di legalità sul territorio con un grande valore simbolico rispetto alla presenza dell’organizzazione criminale, riconosciuta universalmente, tra le più pericolose al mondo;
RILEVATO CHE:
Negli ultimi mesi si paventa un possibile spostamento della sede dalla città di Reggio Calabria con motivazioni del tutto inconsistenti;
Lo scorso 6 dicembre il Deputato del Pd Tonino Russo ha depositato un’interrogazione parlamentare invocando il trasferimento della sede principale a Palermo;
Pochi giorni fa il Deputato del Pd Laura Garavini, in un’intervista rilasciata ad un’emittente reggina, ha dichiarato che “sin dalla nascita l’Agenzia per i Beni Confiscati è stata proposta in modo estremamente populista ed a fini elettorali. La stessa localizzazione a Reggio Calabria non è stata felice perché purtroppo Reggio continua ad essere molto deficitaria dal punto di vista anche dei semplici collegamenti”;
Recentemente, il Prefetto Caruso, Direttore dell’Agenzia, ha affermato che l’Agenzia sarebbe “boicottata persino dal Comune di Reggio” chiedendone il trasferimento a Roma;
CONSIDERATO CHE:
Il Comune di Reggio Calabria ritiene di importanza strategica che l’Agenzia per i Beni confiscati abbia, come sede principale, la Città di Reggio Calabria;
L’attività dell’Agenzia ha permesso di gestire ben 1125 beni immobili confiscati nella sola nostra provincia;
L’importante lavoro ha permesso l’utilizzo di tali immobili in favore della comunità reggina, rendendoli realmente produttivi per la città e per la collettività;
Lo spostamento dell’Agenzia porterebbe un danno gravissimo per Reggio Calabria e per i reggini;
IMPEGNA IL SINDACO
Ad attivare ogni azione, nei ministeri competenti, utile al fine di scongiurare ogni possibile spostamento della sede dell’Agenzia dalla città;
A coinvolgere la deputazione regionale e nazionale al fine di potenziare l’attività della stessa; in primis reperendo i fondi necessari che aumentare il personale.
(foto tratta dal sito reggiotv.it)

Tasse sugli immobili: imprese e famiglie pagheranno il triplo

Man mano che si approntano i calcoli, invero preoccupanti, della nuova imposta su immobili e rendite fondiarie (Imu), cresce la preoccupazione per le ricadute sui bilanci delle famiglie e su quelli del sistema produttivo. Chiamata a sostenere tanto i conti pubblici (10 miliardi la “quota erariale) quanto quelli dei Comuni, quella tassa è il pilastro del decreto Salva Italia, ma allo stesso tempo la sua “cifra fiscale” rischia di funzionare da detonatore di una diffusa protesta verso lo Stato esattore (e cattivo pagatore). I risultati degli approfondimenti degli esperti (vi si dedica in particolare Il Sole 24 Ore) sono da brivido soprattutto nelle grandi città, dove il peso fiscale risulta quasi triplicato (raddoppiato se va bene) per i possessori di seconde case, di negozi, di uffici, di immobili delle piccole e medie imprese.
Diciamo subito che l’altra e lucrosa parte del carico fiscale arriverà dalle prime case. Qualcuno si avventura in un raffronto con la vecchia Ici per dirci che c’è chi ci guadagna e chi ci perde. In realtà ci perdono tutti, perché quella tassa era stata abolita nel 2007 dal governo Berlusconi, i proprietari non pagavano da quattro anni per stare a casa propria, ora devono sborsare svariate centinaia di euro che vengono sottratte ai bilanci familiari e ai consumi. Un perdita secca dunque, sbagliato confrontarla con una tassa inesistente.
Per tutto il resto i calcoli presuntivi della stangata fiscale dicono appunto che si pagherà una tassa triplicata o giù di lì. Le cifre stanno in questi esempi: una casa di 100 mq, classe media-popolare, data in affitto a Milano passa da 400 a 1300 euro, a Roma da 700 a 1800 euro, a Torino da 600 a 1500 euro. Ingiustizia delle ingiustizie, la casa vuota non subirà aumenti e quindi il proprietario che affitta sarà per questo punito! Peggio va, comunque, per tutti gli immobili (e i terreni) destinati ad attività produttive, laddove il peso fiscale era già pesante ed ora, triplicando, rischia di ammazzare letteralmente le piccole e medie imprese.
Qualche esempio anche qui: un negozio di 100 mq e classe media passa da 360 a 1.130 euro a Milano, da 100 a 2600 euro a Roma, da 400 a 100 euro a Torino; un ufficio in zona centrale da 3mila a oltre 9mila a Milano, da 4mila a 10mila a Roma, da 3mila a 7500 a Torino. Un capannone industriale di 2mila mq a Milano pagava 20mila euro, ne pagherà 40mila. Dura la botta anche sulle aziende agricole.
Infine, una perla legislativa: il 18 giugno è la data fissata per pagare la prima rata dell’Imu (il conguaglio a dicembre) ma il 30 giugno è la data-limite concessa ai Comuni per decidere l’aliquota, cioè il principale moltiplicatore dal quale dipende l’importo. Insomma, paghi l’acconto ma non sai su quanto. Versamento al buio, più semplificazione di così…
(da mattinale 9 marzo)

Bersani punta su cavalli che inciampano

 

Il Tempo (Ruggero Guarini) – Dagli ultimi sviluppi della nostra presente crisi politica non sembra assurdo dedurre che presto si dovrà ammettere che il passo indietro compiuto da Berlusconi nel novembre scorso rassegnando le sue dimissioni da premier è stato un atto politico non meno geniale della sua discesa in campo nel ’94. Per riconoscere questo dovrebbe del resto bastare un semplice confronto fra gli effetti di quel primo «coup de théàtre» e quelli del secondo. Con ambedue questi gesti il Cavaliere ha mostrato di possedere come pochi, anzi come nessu altro nostro politico, il senso della sorpresa. Col primo il Cavaliere riuscì a impedire che la storia della Prima Repubblica, dopo il ciclone di Mani Pulite, si concludesse con l’irreversibile conquista dei suoi cocci da parte della sinistra, anzi col definitivo trionfo del solo partito scampato a quell’uragano. Col secondo ha avviato un processo che sta provocando la trasformazione di tutti i nostri partiti -macchine un tempo temibili e temute, rispettabili e rispettate, efficienti e organizzate – in catorci ormai condannati all’irrilevanza e al ridicolo. E questo potrebb’essere un evento ancor più clamoroso degli effetti scaturiti dall’impresa in cui egli si avventurò diciotto anni fa. Dalla somma degli effetti dei due eventi emerge infatti un’operazione la cui portata, quando si colga il nesso che lega il primo al secondo, non può non dirsi epocale. Per cogliere quel nesso occorre però riconoscere che l’effetto della prima impresa (la fine del sogno del Pci di diventare l’unico dominus del paese drizzandosi solitario sulle macerie della Prima Repubblica) e l’effetto della seconda (la riduzione di tutti i partiti a ridicoli superstiti di un’era ormai tramontata per sempre) sono fin troppo manifestamente espressioni e fasi di un solo processo: l’agonia della partitocrazia. Comprese il Cav, compiendo il suo passo indietro, che quel suo atto avrebbe segnato la fine di quell’agonia? E nel caso che lo comprese, colse il suo rapporto di continuità e coerenza col gesto inaugurale della sua avventura politica? E comunque evidente che anche se egli non colse né la portata delle conseguenze antipartitiche delle sue dimissioni né il loro legame con gli effetti del suo primo sorprendente colpo di scena politico, fu certamente guidato, in entrambi i casi, da un fiuto che proprio per la natura assolutamente inattesa delle conseguenze di entrambe quelle sue scelte non può non essere considerato geniale (…)

 

Corriere della Sera (Piero Martello) – C’è grande disordine dalle parti del Partito democratico. Dove la situazione, già non eccellente, si è fatta, dopo le primarie di Palermo, molto pesante. Anche qui l’esito non è stato quello caldeggiato da Pier Luigi Bersani: ma in senso esattamente opposto rispetto al recente passato. Perché se a Milano, a Cagliari e a Genova aveva vinto un candidato diciamo così «più a sinistra», a Palermo a prevalere è stato un outsider per così dire «più moderato». Sono le primarie, bellezza, titola spiritosamente l’Unità. E avrebbe anche ragione, se non si desse il caso, puntualmente registrato dal quotidiano fondato da Antonio Gramsci, che «dopo la sconfitta di Rita Borsellino, Antonio Letta e i Modem criticano Bersani sulle alleanze». Reclamando l’immediata archiviazione della cosiddetta foto di Vasto, quella che ritraeva Bersani, Antonio Di Pietro e Nichi Vendola come i tre volti di una sinistra autosufficiente. E anche qualcosa di più…Per molto meno, quando c’erano i partiti vecchio stampo, si sarebbe convocato un congresso. Adesso, con l’aria che tira, non se ne parla nemmeno, e si capisce. Meglio azzuffarsi di primarie in primarie. Meno male per il Pd che i1 7 maggio si vota, e queste di Palermo, a occhio e croce, sono state le ultime.

 

QN (Franco Cangini) – …Il primo contraccolpo dell’alloro strappato dal ragazzo Ferrandelli alla Borsellino trova in Bersani un facile bersaglio. Dall’Alpi al Lilibeo, non si contano le scommesse perdute dal segretario “democrat” sui candidati alle primarie. La sua tendenza a puntare su cavalli che inciampano riceve conferme con frequenza imbarazzante. Figurarsi se manca ai suoi compagni la voglia di presentargli il conto. Un secondo e più importante contraccolpo investe la politica delle alleanze del Pd, e quindi la necessità di definire l’ambigua natura del partito. Che rivendica il rango di capofila della sinistra, ma dirsi socialista non vuole e atteggiarsi a “democrat” non si sa dove porti…

 

Italia oggi (Sergio Soave) – …la sua tattica dilatoria, che punta a far maturare la decisione sulle alleanze nazionali solo a ridosso della consultazione della primavera prossima, fa apparire il Pd privo di una direzione e lo espone a tutti i venti. Intanto si profila una radicalizzazione a sinistra, plasticamente espressa nel palco su cui si sancirà l’alleanza antagonista tra i metalmeccanici della Cgil e gli agitatori No-Tav, che sancirà una nuova frattura tra Democratici e gli altri esponenti del centrosinistra che invece saranno in prima fila. Le crepe che si sono viste nelle primarie non solo palermitane e che si vedranno anche più esplicitamente in piazza minano alla base la tattica di Bersani e mettono di nuovo in discussione la sua leadership di oggi e soprattutto la sua candidatura di domani. D’altra parte era facile prevedere che un aggregato tenuto insieme dall’antiberlusconismo rischiasse di sciogliersi quando il collante non c’è più…

Russia/Putin si riprende il Cremelino al primo turno

 

Vladimir Putin vince al primo turno la sfida elettorale piu’ difficile da quando e’ al potere. Ottiene il 63,9 per cento dei consensi e torna ad essere il zar della Russia per la terza volta. Alle presidenziali del 2004 Putin aveva ottenuto il 71,3%. Il candidato comunista Ghennadi Ziuganov arriva secondo, con il 17,1%. Terzo posto per il miliardario Mikhail Prokhorov al 6,9%, davanti al populista Vladimir Zhirinovski (6,7%).

Piu’ di centomila sostenitori di Putin si sono subito radunati al Maneggio, sotto le mura del Cremlino, per festeggiare la vittoria. Salito sul palco con Medvedev, Vladimir Putin si e’ mostrato in lacrime davanti alle migliaia di fan, rivendicando la vittoria alle presidenziali in quella che ha definito ”una battaglia aperta ed onesta”. ”Vi avevo promesso che avremmo vinto. Abbiamo Vinto – ha detto -. Gloria alla Russia”. Il presidente ‘in pectore’ ha poi aggiunto che sono stati sventati ”i tentativi di dividere lo Stato e usurpare il potere”. Poi, visibilmente commosso, ha aggiunto: ”La nostra gente e’ in grado di distinguere il desiderio di rinnovamento dai tentativi di organizzare le provocazioni politiche per distruggere l’ordinamento statale”.
(Tratto da mattinale del 5 marzo)

Tav: E’ guerriglia, altro che resistenza


La protesta dei cosiddetti No Tav, ormai si può parlare di vera e propria rivolta, sta assumendo i contorni di un evento molto più esteso e generalizzato rispetto all’originaria protesta da parte della popolazione locale nei confronti di un’opera infrastrutturale strategica per l’Italia, e per l’Europa.
C’è un’area, una sorta di enclave, diffusa in tutta Italia, che mescola revanscismi di estrema sinistra, parole d’ordine anarco-inserruzionaliste, sindacalismo esasperato e confuse ideologie vetero marxiste.
La battaglia di alcuni valligiani, una inevitabile minoranza rispetto agli interessi generali economici, politici e internazionali della complessa realizzazione, è diventata l’occasione, il casus belli, per una prova generale che rischia di sfociare in un vero e proprio movimento simile a quell’Autonomia del 1977, quando gruppi e gruppuscoli fecero il salto di qualità, passando dalle spranghe e dalle chiavi inglesi alle P38, e dagli slogan ciclostilati o urlati in piazza coi megafoni ai volantini con le deliranti risoluzioni strategiche progressivamente numerate delle Br e di Prima Linea.
Particolare attenzione dovrebbe prestare quella sinistra che anche oggi fatica, e molto, a prendere posizioni nette contro la violenza generalizzata, avvitandosi su continui distinguo e su ragionamenti che portano solo acqua al mulino degli antagonisti.
In questo contesto appaiono preoccupanti le affermazioni di Michele Santoro nel suo programma di ieri sera dedicato alla Tav. In un delirio verbale ha detto che in valle non c’è protesta ma resistenza e che le forze dell’ordine impegnate allo spasimo in queste ore sono di fatto “forze occupanti”.

Fiom e no-Tav, la piazza si salda.
La protesta della Fiom si salda con quella dei no-Tav, i cui striscioni saranno presenti a Roma allo sciopero proclamato per il 9 marzo dai metalmeccanici della Cgil, che lo benedice.
Un problema in più per il Partito Democratico, dilaniato dalle divisioni dopo che molti esponenti di prima linea della sinistra (Fassina, Orfini, Damiano) hanno aderito senza se e senza ma alla manifestazione di Roma. Uno sciopero inizialmente contro la Fiat, che si è nel frattempo caricato innegabilmente di motivazioni politiche contro i provvedimenti del governo votati anche dal Pd (pensioni, semplificazioni) e contro le ventilate modifiche –articolo 18 in testa- oggetto della trattativa per la riforma del lavoro.
La polemica in casa Bersani è al calor bianco, dopo che Veltroni ha censurato la scarsa coerenza che c’è “nel sostenere un governo e partecipare a manifestazioni contro di esso”.
Rimandando anche all’esperienza del governo Prodi, “una stagione nella quale i ministri manifestavano contro il governo del quale facevano parte, con danni devastanti”.
E adesso la saldatura con la protesta violenta dei no-Tav, ribadita anche ieri all’assemblea della Fiom a Torino.
I metalmeccanici della Cgil da sempre appoggiano le manifestazioni della Val di Susa, fu così anche in occasione dei gravissimi incidenti di giugno quando si schierarono contro gli interventi delle forze dell’ordine per ristabilire la legalità. E in questi giorni i suoi vertici non hanno trovato una parola che sia una per dissociarsi apertamente dalle violenze.
Perfino l’aggressione alla troupe televisiva è stata ridimensionata da Giorgio Cremaschi, presidente del Comitato centrale, a semplice “errore” in quanto “si pensava che fossero poliziotti”.
Insomma, per i giornalisti no ma se si tratta di poliziotti ben vengano i bastoni e i pugni.
Quanto ai blocchi stradali, “bloccare le autostrade fa parte delle iniziative di lotta”.
Ecco con chi e per cosa si apprestano a sfilare illustri esponenti del Pd: contro il governo che sostengono in Parlamento, contro la Tav che dicono di volere.
Intanto Bersani prende tempo e non riesce a decidersi sull’adesione o meno allo sciopero e soprattutto ad una manifestazione che, con l’aria che tira, è destinata a funzionare da calamita per centinaia di no global ed esponenti dei centri sociali le cui “iniziative di lotta” la Capitale ha pagato ancora recentemente a caro prezzo, con scene da guerriglia urbana. Che non ci auguriamo, ma purtroppo i presupposti sembrano esserci tutti.
(da mattinale 2 marzo)

L’ossessione della sinistra per la destra… un articolo del Corriere della Sera a firma di Pierluigi Battista

Estromesso il «nemico» Silvio Berlusconi da Palazzo Chigi, un nuovo (ma vecchissimo) fantasma popola gli incubi di una parte della sinistra italiana: l’ossessione della «destra». L’Italia è in confusione politica? Le categorie vacillano, le appartenenze appaiono incerte e da rifondare? Si riafferma allora l’angoscia del confine identitario, delle colonne d’Ercole oltre le quali ci si avventura nella palude del tradimento. Perciò rifiorisce la vecchia scomunica. Walter Veltroni, sostiene perentoriamente Nichi Vendola, è andato a «destra», sia pur nella destra «colta» e non sbracata come quella berlusconiana.
E pure Mario Monti: attenzione perché è di «destra», si comincia a mormorare nella stampa di sinistra. È un bisogno spasmodico di crearsi un nuovo nemico, una smania di purificazione che comporta sempre il prezzo feroce delle «purghe».
Purgarsi dal nemico «interno», da sempre, nella tradizione più autoritaria della sinistra, il più pericoloso. Per cui non si dice: Veltroni è di un’altra sinistra, giacché le sinistre possono essere più d’una. No, si dice: Veltroni è «di destra». Per cui, come accade con Stefano Fassina, responsabile per l’economia del Pd, anche Pietro Ichino che vuole mettere in discussione l’articolo 18 sarebbe «oggettivamente» di destra. E anche il ministro Elsa Fornero.
Quindi meglio non rischiare, non sfidare l’ignoto che inevitabilmente scaraventa chi ci prova nel campo infetto del nemico. Una logica abbastanza conosciuta nella storia di una parte della sinistra. Perché anche la sinistra non è mai stata una, come invece si è detto per tutti gli anni della sbornia bipolarista della Seconda Repubblica.
Un tempo c’era la sinistra comunista, quella socialista, quella cattolica, quella radicale, quella liberal-democratica, quella post-azionista e così via.
Era di sinistra Enrico Berlinguer. Ma era di sinistra Bettino Craxi. Era di sinistra Marco Pannella, ed era pure di sinistra Carlo Donat Cattin (di cui recentemente il giornale web L’inkiesta ha riesumato le appassionate difese dell’articolo 18 quando venne approvato lo Statuto dei lavoratori, per dire). Però c’era sempre qualcuno che si arrogava il diritto di rappresentare l’unica vera e autentica sinistra.
Caduto il Muro di Berlino si sperava che si fosse chiusa anche l’epoca dei distributori delle patenti di sinistra, i vidimatori dell’autentica sinistra, i custodi dell’ortodossia. E invece no, l’eredità del passato non è stata smaltita. Invece di spiegare cosa fosse accaduto alla sinistra per accogliere tra le sue braccia un uomo della destra più genuina come Antonio Di Pietro, la destra «law and order» e «tutti in galera», si è ricominciato con il giochetto del sospetto su chi, un po’ troppo riformista e «revisionista», vorrebbe portare la sinistra nella destra (o forse inoculare il virus della destra nella sinistra, non è chiaro).
Già qualche tempo fa Rosy Bindi, esponente di una robusta tradizione di sinistra cristiana, decretò che addirittura Tony Blair non potesse essere definito di «sinistra». Uno dei pilastri della sinistra mondiale, il laburismo inglese, veniva espulso dalla sua casa e rigettato nelle contrade contaminate della destra. Qualche mese fa è toccato a Matteo Renzi, neutralizzato e spintonato nei cortei del suo partito, il Pd, con lo stesso refrain intimidatorio e censorio: fai finta di essere di sinistra. Ma ora, con la fine del cemento antiberlusconiano che aveva tenuto insieme anime diverse e persino opposte, l’ossessione della destra non ha più argini.
Veltroni viene accostato alla destra. Ma è lo stesso sostegno al governo Monti che comincia a diventare uno psicodramma: non stiamo forse perdendo la nostra anima, la purezza della nostra «sinistra», sostenendo un tecnico che certo non è impresentabile come Berlusconi ma di fatto conduce una politica che per semplicità emotiva possiamo definire non di sinistra, e dunque di destra? Sembra una baruffa nominalistica, è vero. Ma è dall’esito di questa baruffa che può determinarsi il prossimo destino del Pd: se coltivare il proprio orticello di sinistra, oppure se fare del governo Monti la base delle scelte politiche ed elettorali che si imporranno entro al massimo un anno. L’ossessione della «destra» è solo un pretesto per non scegliere.

la sinistra molla


Anche da quanto sta accadendo in queste ore in Val di Susa si capisce quanto sia stato grande e piena di senso di responsabilità la decisione di lasciare spazio a Monti. Si badi: non a un’altra linea politica stravolgente quella del centrodestra. Semplicemente a un’altra guida. L’inquinamento della verità legato all’odio contro Berlusconi aveva segnato anche il giudizio su quanto avveniva intorno ai cantieri dell’alta velocità ferroviaria. La volontà chiara di far del male, fino a uccidere, era stata documentata dal capo della polizia e affermata da Maroni, ministro dell’Interno del Governo Pdl-Lega.
Ma la stampa e soprattutto le televisioni hanno deformato gli eventi, dando uno spazio enorme non alle ragioni avverse ai cantieri, ma proprio ai metodi per farli valere. Insomma si dava voce alla signore anziane, ai contadini furibondi, sottacendo che questo tipo di persone erano la base di una giustificazione morale della violenza premeditata di tante frange estremiste. A cui hanno cercato di reggere la coda i talk show di sinistra e molte cronache benevole dei giornali.
Ora che c’e’ Monti, e i ministri Passera e Cancellieri hanno ripetuto le stesse identiche precise opzioni di Matteoli e Maroni, di colpo prevale nelle impostazioni di prima pagina la visione della violenza praticata dai “pacifisti ghandiani” – così hanno avuto la faccia tosta di autodefinirsi – che bloccano e incendiano la Val di Susa propagando il ribellismo fatto di sassi e molotov dovunque.
L’immagine del carabiniere che ha sopportato con calma professionale insulti e provocazioni infami ha mostrato i volti veri dei contendenti. Era la medesima cosa anche a luglio, ma le catapulte per lanciare massi furono trattate come simpatiche invenzioni folkloristiche, come i palloncini con acido muriatico (ancora adesso adoperati). Ma allora c’era da mostrare che Berlusconi non sapeva affrontare con la dovuta calma ed equilibrio una situazione di tensione. In fondo, gli antagonisti in Val di Susa praticavano, con armi più rozze e meno sofisticate la stessa battaglia contro lo stesso nemico che cominciava per B. Adesso – nonostante qualche residuo di nostalgia in Gad Lerner di lunedì scorso e (scommettiamo?) quello che oggi estrarranno dai loro marsupi tivù Santoro e Formigli – si vede come il sacrificio di Berlusconi sia stata una scelta da statista, come pure la decisione di appoggiare un Governo che su questioni decisive segue le orme del predecessore.
(dal mattinale del 1 marzo)