polemica strumentale del centrosinistra sul taglio dei fondi per il cartellone del tatro Cilea

Respingiamo al mittente le irresponsabili dichiarazioni apparse sulla stampa da parte del centrosinistra reggino rispetto alla nota stampa dei capigruppo PdL, UdC e Scopelliti Presidente.

I soliti “tipi sinistri” non si smentiscono nemmeno in questa occasione. Basta rileggere il comunicato di Scarfone, Bagnato e Raso per rendersi conto che quanto riportato da Canale and friends  è stato artatamente rivisitato per montare polemiche ed ingenerare confusione. D’altronde siamo abituati a registrare posizioni di questo tipo. I reggini non hanno la memoria corta e ricordano bene le prese di posizione, dentro e fuori dall’aula consiliare, rispetto a problemi seri come i trasporti, la lotta alla ‘ndrangheta, fin’anche sull’approvazione dell’Odg sulla Madonna della Consolazione. Ogni occasione è buona per voler far scadere il dibattito politico in rissa. Ogni frase, parola o virgola può essere utilizzato per voler livellare verso il basso l’istituzione comunale.

Anche sulla proposta, ampiamente condivisa all’interno della maggioranza, eventualmente di non finanziare il cartellone del Cilea, l’occasione è ghiotta per Canale & Co. per rilanciare il tormentone contro Scopelliti o lanciare sospetti su quali recondite motivazioni si potrebbero nascondere.

L’Amministrazione comunale negli ultimi due anni ha subito un taglio dei trasferimenti statali di più del 40%. Passiamo dai 61 milioni del 2010 ai 33 milioni del 2012. Un amministratore responsabile prima di agitare le folle dovrebbe fare i conti con la realtà. Nessuno rinnega quello che è stato fatto negli anni passati. La nostra città, negli anni del Sindaco Scopelliti, è stata al centro dell’attenzione italiana ed internazionale per i grandi eventi e le iniziative culturali. Abbiamo vissuto anni importanti passando da città dolente a città metropolitana con grandi prospettive.

L’amministrazione Arena, consapevole dei tempi e delle circostanze storiche, ha agito nel settore della cultura e degli spettacoli con lungimiranza ed uno spiccato spirito collaborativo puntando sulla valorizzazione delle risorse reggine riuscendo a presentare spettacoli e manifestazioni di spessore, contenendo notevolmente le spese.

La cultura non è un lusso, non è un “costo”, è un investimento necessario. Solo che oggi dobbiamo avere il coraggio, avendo cura di tutelare le politiche sociali, di affrontare un serio piano dei costi in tutti i settori.

Il problema serio di questo centrosinistra é la mancanza di proposte e la voglia di non confrontarsi: vige rigorosamente il no a prescindere. Con la conseguente e ormai ripetitiva critica che, sinceramente, ha come unico risultato quello di stancare i reggini.

Negli ultimi due anni grazie a questa “sinistra” politica ci troviamo in mezzo ad un guado. Questa sinistra ha venduto la propria città alla mercé dei giornali nazionali, sadico nel vedere la propria Reggio svergognata da falsità e immondizia nel panorama nazionale.

A differenza loro, noi discuteremo insieme sui tagli e sulle decisioni da prendere per il futuro avendo come unica stella polare la nostra città.

Beniamino Scarfone (PdL)

Michele Raso (Scopelliti Presidente)

Bruno Bagnato (UDC)

Massimo Ripepi (PACE)

Rocco La Scala (PRI)

Francesco Plateroti (SUD)

Emiliano Imbalzano (Popolari e Liberali)

La Madonna della Consolazione avrà una piazza o una via in città così come richiesto dall’Associazione dei portatori e dai reggini che hanno portato avanti una partecipata petizione popolare

Interpretando ancora una volta i sentimenti autentici della comunità reggina abbiamo voluto portare la proposta di intitolazione di una via o piazza della nostra città alla Madonna della Consolazione, cogliendo l’occasione delle feste mariane, così come da impegno assunto lo scorso anno. Purtroppo rispetto a questa sensibilità abbiamo dovuto registrare un atteggiamento fortemente strumentale da parte della minoranza che questa mattina in Aula ha voluto politicizzare un tema così caro alla città. Storicamente la Madonna della Consolazione rappresenta unione e condivisione, ed oggi, in un momento così difficile per la nostra comunità, dobbiamo andare nella direzione dettata dal Sindaco, ed invocata dal nostro Arcivescovo, in occasione dell’offerta del Cero Votivo: L’UNITA!

Esprimiamo, comunque, viva soddisfazione per l’approvazione dell’ODG. Un sentito pensiero va all’Associazione Portatori della Vara “Madonna della Consolazione” che fortemente si è battuta, anche con una partecipata petizione popolare, per ottenere l’intestazione di una delle vie o piazze attraversate dalla processione mariana a settembre e novembre di ogni anno.

Nello specifico, riportando testualmente il testo della delibera, il Consiglio Comunale con il voto di oggi ha deciso di <<trovare un luogo, che sia collegato al Culto Mariano della città, per ricordarla adeguatamente secondo la sentita volontà dei Reggini>> ed <<assegnare il San Giorgio d’Oro all’Associazione Portatori della Vara “Madonna della Consolazione” quali custodi e testimoni di un rapporto silenzioso d’amore e di una consuetudine plurisecolare>>.

 Beniamino Scarfone, Capogruppo del Popolo della Libertà

Emiliano Imbalzano, Vicepresidente del Consiglio Comunale

Della Valle e Marchionne io non compro macchine Fiat e scarpe Tod’s perchè non ho un quattrino!!!

“Della Valle dice che non compra auto Fiat, Marchionne che non compra più scarpe Tod’s, la gran parte degli italiani non si pone il problema, visto che non ha  i quattrini né per le une né per le altre”. E’ una battuta che circola e che, come tutte le battute, ha una radice di verità. Perché al netto delle polemiche sul valore del manager italo-canadese a due facce – sugli altari in Usa e nella polvere qui da noi, grandi risultati là e grandi promesse svanite in Italia – il problema di fondo sta nella situazione economica di un Paese che è fanalino di coda nella crescita e sul podio più alto del mondo occidentale per tassazione  delle  famiglie e delle imprese, per non parlare dei primati di crollo della produttività e di scarsa attrattività degli investimenti esteri. Un Paese che quindi non consuma e così produce quel poco che serve per il mercato interno andandosi a cercare con fatica clienti nel mondo intero.

Dopo la casa, l’auto è per impegno finanziario il secondo investimento di una famiglia e così per la Fiat sono guai grossi, con un mercato italiano che crolla (il peggiore, un milione di auto in meno rispetto a 5 anni fa) all’interno di un mercato europeo che scende. Ha quattro stabilimenti e ne basterebbero due per saturare la richiesta di auto Fiat dell’intero mercato continentale. La partita in gioco è quindi grossa, c’è l’esistenza di due fabbriche che balla, la vita e il posto di lavoro di 15mila dipendenti diretti più altrettanti nell’indotto, la stessa sopravvivenza della produzione di auto in Italia.

E’ una situazione figlia di colpe antiche (gli aiuti di Stato molto consistenti, diretti e indiretti; la protezione contro la concorrenza di cui ha goduto la Fiat fino agli anni ’90) e di responsabilità più recenti. Non ultima la cosiddetta Fabbrica Italia, un piano che è apparso presto sovradimensionato (target di produzione italiana a un milione 400mila vetture, il triplo di oggi), con i suoi 20 miliardi di investimenti: in realtà “soltanto” 7 destinati all’auto e all’Italia  (il resto nel mondo e in altri settori), una confusione comunicativa voluta da Marchionne e che ora gli si ritorce contro.

Sta di fatto che nel frattempo Fiat ha cambiato pelle, il mercato è ben lontano da quel che si sperava. Gli investimenti ci sono stati a Pomigliano con la Panda e a Grugliasco con la Maserati (in tutto quasi 2 miliardi) e certo non è possibile  ora investire su nuovi prodotti che resterebbero sui piazzali. Come accade in Europa a Peugeot, Renault, Opel, laddove già si ragiona su licenziamenti e chiusure.

Si va dunque all’incontro di Palazzo Chigi perché la Fiat scopra le sue carte sul futuro delle fabbriche, dei lavoratori, della stessa produzione in Italia. E’ bene che si faccia chiarezza, partendo da un’operazione trasparenza e verità prima di tutto da parte di Fiat. Sono da escludere incentivi, hanno sempre drogato il mercato e fatto danni.

Si dovrà ragionare in primo luogo sulla protezione sociale dei lavoratori, che Marchionne sostiene di non voler licenziare; si dovrà ragionare di Mirafiori, dove si progetta un Suv destinato al fiorente mercato americano; si dovrà ragionare di altri progetti per tenere in piedi la Fiat. Ma si potrebbe anche parlare di come ridare un po’di carburante alla ripresa del settore, al quale questo governo ha tarpato le ali con tasse sul lusso, superbolli, aumenti della benzina e infinite altre gabelle. (IlM del 19/09/2012)

Follia/Il governo vuole tagliare gli stipendi

Il governo Monti sta studiando un sistema per tagliare le buste paga? Lo rivela Libero in una dettagliata indiscrezione. In pratica si tratterebbe di dare attuazione ad un “suggerimento” del 2008 dell’allora presidente della Bce, Jean-Claude Trichet: “Per risolvere il problema della produttività l’Italia dovrebbe eliminare completamente dalla retribuzioni la componente legata all’inflazione”. Un consiglio fortunatamente mai accolto in pieno, né da noi né altrove: l’indicizzazione dei salari, almeno di quelli più bassi, è presente ovunque, a cominciare da Francia e Germania. Quanto all’Italia, ormai andata da anni in soffitta la scala mobile, esiste la rivalutazione legata all’indice base Istat di aumento del costo della vita (depurato di alcuni consumi, tra i quali i tabacchi): questa mini-indicizzazione è l’unica, per esempio, della quale i dipendenti usufruiscono in caso di mancato rinnovo dei contratti collettivi e dei relativi scatti. Stessa cosa per i pensionati.

Si tratta già di una voce che non tiene il passo del caro-vita: o perché è stata congelata, come per le pensioni con la riforma Fornero, e le retribuzioni e pensioni superiori ad un certo importo; ma soprattutto perché non regge alla miriade di tasse e aumenti escogitati da questo governo. O anche perché i precari hanno stipendi da fame per di più bloccati. Ragion per cui nel 2012 i redditi medi lordi degli italiani sono scesi a 19.250 euro, tornando a livelli di 10 anni fa, mentre il Pil procapite è addirittura precipitato a 15 anni addietro, e così i consumi.

Che cosa vuol fare adesso Monti? In vista di un ennesimo consiglio europeo del 19 ottobre, intende presentare una “riforma” degli stipendi nella quale quel minimo di rivalutazione viene del tutto eliminata dagli stipendi base, mentre verrebbe “potenziata” la contrattazione di secondo livello, cioè aziendale e di settore. Il tutto presentato come soluzione alla bassa produttività dell’Italia. Si tratterebbe dell’ennesimo bluff: con la crisi i rinnovi contrattuali sono bloccati, la “riforma” non toccherebbe i pensionati (i quali verrebbero condannati a vita a non avere più alcuna rivalutazione), né i lavoratori autonomi, mentre le tasse e l’inflazione continuano a mangiarsi ciò che resta di redditi e risparmi. E sarebbero queste le misure per rilanciare la crescita e i consumi? Ma siamo matti? (da IlM 19/09/2012)

Pd, aumentano i nomi e la confusione

Dal Corriere della Sera, a firma Massimo Franco. Non si può dire che le primarie stiano offrendo l’immagine di un Pd compatto intorno alla leadership di Pier Luigi Bersani. E la folla di aspiranti candidati a Palazzo Chigi farebbe pensare che chiunque nel centrosinistra si senta in grado di sostituire Mario Monti al governo. Ma probabilmente sono forzate entrambe le interpretazioni. Il segretario del Pd non è accerchiato da veri concorrenti, ma da una moltitudine di ambizioni, se non di velleità. E l’ipotesi che da questa gara esca un aspirante presidente del Consiglio diverso da Bersani rimane, al momento, piuttosto remota. L’unica vera sfida è quella del sindaco di Firenze, Matteo Renzi: se non altro perché è partita prima e tende a sparigliare i giochi interni.

Ma le candidature a ripetizione che sono spuntate sulla sua scia promettono di disperdere i voti e di trasformare un appuntamento ancora un po’ nebuloso in una sorta di caotico cripto-congresso. Bersani ammette che «l’affollamento sarebbe un problema, ma non ne farei un dramma: alle primarie francesi c’erano sei candidati». Come dire: alla fine emergeranno comunque quelle vere. La moltiplicazione dei premier in pectore, però, sta seminando perplessità crescenti. Il sarcasmo dell’ex ministro Giuseppe Fioroni gli fa dire che se arrivano a undici si può fare una squadra di calcio. E qualcuno teme che un’esplosione non governata delle vanità porti al collasso del partito.

Fra l’altro, non è ancora chiaro neppure se le primarie saranno aperte ad esponenti delle forze potenzialmente alleate del Pd. Il problema è stato posto da Nichi Vendola, governatore della Puglia e capo di Sinistra, ecologia e libertà (Sel). Bersani ha risposto che sì, «Nichi sarà della partita». Il risultato, però, è di mostrare un partito che appoggia Monti ma intanto formalizza anche con le primarie un’alleanza con una sinistra che si vuole liberare del presidente del Consiglio e della sua agenda di politica economica. Su questo, resta un alone di ambiguità, che nemmeno Renzi è riuscito a dissolvere: forse anche perché teme che le regole delle primarie vengano cambiate in corsa per arginarlo.

«I sondaggi cominciano a far paura a qualcuno. Ma perché – protesta – chi votava per Prodi, Veltroni o Bersani eleggeva grandi personaggi, mentre se vota me è un pericoloso reazionario?». La risposta non c’è ancora, e le elezioni politiche del 2013 si avvicinano. Il ritardo è vistoso, ma forse inevitabile. Volente o nolente, come tutti, il Pd è appeso alla riforma elettorale. Sull’attivismo e le autocandidature di queste settimane incombe tuttora la possibilità che si opti per un sistema non in grado di garantire a uno schieramento o a un partito la maggioranza sufficiente per governare; e dunque che tutte le ambizioni finiscano per rimanere tali, rendendo inutili le primarie perché il premier sarebbe scelto dopo, non prima delle elezioni.

L’insistenza di Bersani contro un ritorno al sistema proporzionale si spiega con la volontà di evitare un epilogo del genere: una coalizione di unità nazionale che Pdl e Udc si augurano, per motivi diversi. Un esito elettorale senza veri vincitori frustrerebbe infatti le ambizioni del centrosinistra. Ma nessuno è in grado di fare previsioni sui tempi e i contenuti del compromesso che si potrebbe raggiungere entro un mese in Parlamento. Il rischio è che qualunque mediazione sia percepita comunque come un passo troppo piccolo e tardivo per legittimare una classe politica sfregiata dagli scandali che spuntano negli enti locali, l’ultimo nel Lazio. Si parla di due settimane per un accordo, per poi andare alle Camere «al buio». E lì potrebbero arrivare sorprese.

I marò dimenticati dalla Farnesina

I due marò tenuti prigionieri in India da sette mesi contro il diritto internazionale? Non c’è dubbio: il governo Monti se li è dimenticati, e se ne lava le mani. Se mancava la prova, ora c’è. Basta fare attenzione all’ampia intervista che il ministro degli Esteri, Giulio Terzi, ha rilasciato venerdì scorso a Sette, il magazine del Corriere della sera.

In cinque pagine di domande e risposte il ministro Terzi parla di tutto, dal futuro dell’euro ai privilegi della Farnesina, ricopre di elogi sperticati il proprio operato senza alcun contraddittorio, ma non dice neppure una parola su Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, i marò arrestati il 15 febbraio in India con l’accusa di avere ucciso due pescatori indiani mentre vigilavano sulla sicurezza di una petroliera italiana, 20 miglia al largo delle coste indiane, dunque in acque internazionali.

Quei due marò rappresentavano lo Stato italiano, e lo rappresentano tuttora. E riportarli a casa dovrebbe costituire per il governo un dovere prioritario, addirittura tassativo per il ministro competente, a difesa della credibilità internazionale dell’Italia.

Ma finora il ministro Terzi ha fatto ben poco: molte chiacchiere, qualche lettera e qualche promessa, per stendere infine una imbarazzata cortina di silenzio sulla vicenda.

A stanare il ministro ci ha provato a fine agosto una giovane donna con forti sentimenti patriottici, Elena Donazzan, promotrice della Rete Patrioti nel nordest, nonché assessore della Regione Veneto per le politiche del lavoro. In una lettera aperta al responsabile della Farnesina ha scritto: “Caro ministro, sappia che non le daremo tregua. Lei e il suo governo vi siete dimenticati di due Italiani (con la i maiuscola; ndr), che vestono l’uniforme della Marina Militare, ostaggio da 195 giorni di uno Stato straniero. Sappiate che gli italiani veri non li dimenticano, e li ricordano in ogni momento… tenendo la foto di Latorre e Girone in diversi luoghi pubblici, sui municipi, ma anche sui cruscotti delle automobili e negli studi professionali. Foto che anche lei dovrebbe avere nel suo studio per sentire su di sé la responsabilità di quei due uomini”.

La risposta di Terzi? Degna di Ponzio Pilato: “L’attenzione del governo è costante, ma non c’è bisogno di mettere la foto sulla scrivania. Ogni passaggio di questa vicenda è oggetto di una precisa comunicazione, e sul sito della Farnesina troverà molte indicazioni su questo difficile caso, così come sui 27 casi di connazionali che si sono trovati negli ultimi nove mesi in situazione di grave pericolo a motivo di sequestri e atti di pirateria”.

Pare incredibile, ma è così: i due marò, che rappresentavano lo Stato italiano in acque internazionali, dove il diritto internazionale assegna la competenza giuridica sugli eventuali reati allo Stato di appartenenza, vengono paragonati dal governo a vittime di sequestri da parte dei pirati, liberati in molti casi pagando robusti riscatti.

Per Girone e Latorre, invece, solo parole inappropriate e promesse vuote, ripetute come un disco rotto nelle feste di partito (Terzi lo ha fatto anche al meeting di Atreju). Come se non bastassero le promesse a vuoto sulla ripresa economica, la liberazione mancata dei due marò è l’ennesima delusione del governo dei professori, la prova concreta della scarsa credibilità della Farnesina non solo in India, ma su tutto lo scacchiere internazionale. (IlM del 18/09/2012)

monti

SuperMonti ingrassa sempre più le banche… altro che decreto salva imprese

montiUn tempo sui fidi c’era da pagare in banca la “commissione di massimo scoperto”, alle cui storture si è applicato il premier Monti firmando a fine giugno, in qualità di ministro dell’Economia ad interim, il decreto che istituiva la nuova “commissione sulla disponibilità dei fondi”. Respirone di sollievo? Macché. Per le imprese e per tutti i risparmiatori, il provvedimento si è rivelato una solenne e costosa fregatura. È un affarone invece per le banche, che si fanno così pagare il 2% annuo di commissione fissa sull’intero fido, indipendentemente dal fatto che venga utilizzato o meno, in tutto o in parte, per un solo giorno o per tutto il tempo concordato.

Il decreto, finora applicato solo ai nuovi depositi, dal primo ottobre prossimo si estende a tutta la clientela bancaria. Sono guai per i risparmiatori in generale, ma lo sono soprattutto per le piccole imprese, per gli artigiani, per i commercianti, centomila dei quali – ha segnalato recentemente Confesercenti – hanno chiuso bottega a causa di “una zavorra fiscale impressionante”. Su un fido mettiamo di centomila euro, con il nuovo decreto 2mila euro se ne vanno, anche se non si ritira un solo centesimo: la commissione fissa è infatti dello 0,5% trimestrale (tutte le banche primarie hanno applicato infatti il tetto massimo). Una sorta di gabella medioevale alla quale si aggiungono poi, se si utilizza il fido, interessi da quasi usura che mediamente sono del 17,7% e in taluni casi viaggiano sopra il 20%.

Si tratta di un provvedimento peggiorativo rispetto alla deprecata “commissione di massimo scoperto”, che almeno si pagava soltanto sulle somme effettivamente utilizzate (riferite non alla media ma alla punta massima di un solo giorno, qui la stortura); ora si paga salato solo il fatto che la somma sta lì, a tua disposizione e per quel solo fatto, che la tocchi o no, paghi il 2%. Si chiedeva trasparenza sul cosiddetto rosso in banca e non si può dire che Monti sia stato di parola: infatti il decreto si chiama salva-banche, mica salva-imprese… (da IlM del 18/09/2012)

Lotta all’evasione, dal blitz al flop

Lotta senza quartiere all’evasione fiscale, Monti che indossa l’elmetto e tuona “siamo in guerra”, i blitz della Finanza e sapete che succede? Se va bene l’Erario – parola dell’Agenzia delle Entrate – incasserà nel 2012 la stessa somma che mise in cantiere nel 2011, grazie all’impegno del governo Berlusconi. Si può dire? Un clamoroso flop.

Tanto agitarsi per nulla: gli spettacolari blitz nelle località di villeggiatura, nei centri storici, nei ristoranti alla moda, sui moli dei porti e in alto mare, l’altro giorno anche nelle gallerie d’arte in tutto il Paese; controlli in banca su conti, risparmi, prelievi e investimenti; e poi nelle strade dove è caccia grossa alle auto cosiddette di lusso.

Le vendite di grandi vetture sono letteralmente crollate, tant’è che la Ferrari cresce in tutto il mondo ma solo sul mercato italiano, dove produce e dà lavoro, spicca il segno “meno”. E i nostri porti turistici erano semideserti. E c’è chi i beni di lusso non li acquista più, pur avendone le possibilità. Danni economici collaterali per l’industria, la cantieristica, il turismo, ma almeno in cambio di eclatanti risultati? Così immaginavamo. E invece la montagna ha partorito il classico topolino: l’Agenzia delle Entrate informa infatti che a fine anno “conta di centrare” (una speranza dunque) i risultati dell’anno scorso.

Nel 2011 i proventi sono stati pari a 12,7 miliardi frutto dell’impegno del governo Berlusconi e il direttore vicario dell’Agenzia delle Entrate, Marco Di Capua, ha dichiarato che nel 2012 dovrebbe essere raggiunto l’obiettivo previsto di “oltre 10 miliardi derivanti dai controlli, mentre è atteso un aumento delle entrate da compliance compatibilmente con la contrazione del Pil”. Lo ha detto a margine dell’audizione del suo capo, Attilio Befera, in commissione Finanze della Camera. Lo stesso Befera aveva anticipato durante un dibattito con i giovani di Atreju quell’obiettivo, precisando che si trattava “del doppio dei 6 miliardi raggranellati nel 2007”. Un modo come un altro per tacere l’evidenza che, se va bene, saranno gli stessi dell’anno prima.

Vallo a spiegare poi agli italiani che Berlusconi aveva già centrato quel risultato, senza “guerre” né blitz cinematografici!!! (IlM del 18/09/2012)

cosa accade con il dissesto? a chi conviene?

Il primo dissesto di un comune “ordinato” dalla Corte dei Conti (in ragione dei poteri conferiti dal decreto “premi e sanzioni”) si è verificato in Toscana, a Castiglion Fiorentino (AR). Il secondo caso, clamoroso perché si tratta di un capoluogo di provincia, è piemontese, ed è quello di Alessandria.

Molti comuni, inoltre, testimoniano una crisi profonda, che colpisce anche molte città metropolitane, da Torino fino a Napoli e Palermo. O città comunque importanti, quali Parma ed Ancona, Foggia e Catania. Il tutto con inevitabile contorno di aziende in crisi (è il caso della azienda di trasporto pubblico di Genova, di quella dei rifiuti e della multiservizi di Palermo) o di fallimenti già conclamati (così l’azienda di rifiuti di Foggia e quella di trasporto di Caserta), nelle quali sono avviati messa in mobilità e di licenziamento dei dipendenti.

La questione non è di poco conto, anche perché il fenomeno che si sta registrando è che il fenomeno del “fallimento” delle amministrazioni comunali non riguarda più solo il Sud, bensì anche il Centro-Nord. È un problema nazionale, che è un dovere affrontare e risolvere, visto gli effetti che potrebbe avere il “fallimento” di grandi città quali Roma, Torino e Napoli sulla credibilità finanziaria del Paese, in un momento in cui lo “spread” è un termine entrato nel linguaggio comune.

Anzitutto cerchiamo di comprendere quali sono le conseguenze di un fatto del genere che, anticipiamo, pesano tutte sui cittadini. La gestione del comune viene divisa in due: al Sindaco resta in mano la gestione corrente (a meno che non venga giudicato responsabile del dissesto, ed in tal caso si torna alle elezioni. Il sindaco “colpevole”, per altro, diventa ineleggibile); il debito del comune viene invece affidato ad una amministrazione commissariale (un po’ come in un normale fallimento), ad eccezione dei debiti per investimento, che rimangono a carico del sindaco.

I debiti, comunque, li pagherà per intero la città, perché ormai la norma esclude un intervento “esterno”. I commissari chiederanno quindi al comune di mettergli a disposizione immobili e risorse per pagare i debiti, anche se rateizzando l’importo. È chiaro che per i fornitori (comprese le stesse società del comune) il dissesto è un dramma, perché interrompe le procedure di riscossione coatta ed allunga i tempi di attesa: il dissesto del comune di Napoli durò circa 10 anni, tanto per avere una idea.

Sui cittadini peseranno maggiori imposte, perché la norma impone che tutte le aliquote fiscali vengano portate al massimo, e che i servizi a domanda individuale vengano coperti da tariffe almeno per il 36% del loro costo, ad eccezione degli asili dove la copertura deve essere del 50%, dei rifiuti per il 100% e dell’acqua per l’80%.

Il dissesto, ancora, risolve di diritto tutti i contratti a tempo determinato, e quindi comporta il “licenziamento” immediato di una parte spesso significativa dei dipendenti comunali, con effetti pesantissimi sui servizi. Ne potranno essere riassunti al massimo il 50% e solo dopo il parere favorevole della Commissione per la finanza e gli organici del Ministero dell’Interno.

Divieto, ancora, permane per l’assunzione di nuovi mutui, per un periodo di 5 anni, con conseguente blocco di nuovi investimenti.

In sostanza il dissesto, se ovviamente facilita il lavoro di risanamento dell’ente, rischia di rivelarsi un peso insopportabile per le imprese e per i cittadini. Per questo da più parti si chiede al Governo un intervento che, in cambio di serie garanzie (non è più tempo di regalie a questo o quello), offra una mano a quei comuni che dimostrino di accettare un percorso di risanamento rigoroso ma non tale da ammazzare il malato.

La Corte dei Conti, nella autorevolissima persona del suo Presidente Giampaolino, ha già fatto delle proposte che vanno in questa direzione. Il Ministero dell’Economia e delle Finanze e quello dell’Interno ci stanno riflettendo ai massimi livelli. Si faccia presto e, soprattutto, si eviti il ricorso a leggine a favore di una città o di un’altra, come è stato fatto più volte senza mai avere il coraggio di affrontare il problema fino in fondo. (di Stefano Pozzoli)

La sinistra che si rottama da sola

Rottamare la vecchia classe dirigente della sinistra, per mandare a casa i D’Alema, i Veltroni e i Bersani, non sarà un’impresa difficile per il sindaco di Firenze Matteo Renzi. A furia di litigi e di divisioni interne, la sinistra si sta rottamando da sola. E gli elettori non potranno che prenderne atto.

Un esempio? In passato il responsabile del lavoro del maggiore partito della sinistra nelle sue varie declinazioni (Pci, Pds, Ds, infine Pd) era un’autorità indiscussa, e quando apriva bocca i sindacati vicini alla sinistra, dalla Cgil alla Fiom, restavano muti come pesci, prendevano nota delle direttive e si affrettavano a trasmettere il verbo alle masse.

Oggi non è più così. Ne ha dovuto prendere atto proprio Stefano Fassina, responsabile Lavoro del Pd. Quando si è presentato in via Veneto per solidarizzare con i lavoratori dell’Alcoa, è stato spintonato via in malo modo, con accuse di tradimento e di doppiezza, dove le imprecazioni più tenere suonavano così: “Bastardi, ci avete deluso!”.

E poche ore dopo, quando si è recato a Torino per un dibattito alla festa della Fiom, Fassina è stato contestato e zittito dal leader della stessa Fiom, Giorgio Airaudo, che ha accusato il Pd di avere approvato prima una pessima riforma delle pensioni (quella Monti-Fornero) e di contrastare ora il referendum contro la riforma Fornero sul lavoro.

Che tra Pd e sindacato non siano tutte rose e fiori lo dimostra il fatto che mentre Bersani appoggia il governo Monti, la segretaria della Cgil Camusso non vede l’ora di mandare a casa l’esecutivo “delle banche e dei padroni” e si prepara a uno sciopero generale.

A chi deve dare retta, a questo punto, un povero elettore di sinistra? A Bersani o alla Camusso? Nel dubbio, i giovani del Pd seguono con interesse il tentativo di fare piazza pulita della vecchia guardia dichiarato da Matteo Renzi. D’Alema? Ha fatto più di tre mandati in Parlamento. Dunque, per Renzi, deve andare a casa. Idem per Veltroni, che “ha avuto più successo come scrittore di romanzi che come politico“. Quanto a Bersani, Renzi si sta impegnando a sconfiggerlo di persona nelle primarie. E per arginare la frana dei voti di sinistra verso Grillo, il sindaco di Firenze sostiene che nel Pd le cose si dicono in faccia, e non nei fuori onda, come è accaduto con il consigliere regionale Favia del Movimento 5 stelle, che lamenta la mancanza di democrazia nel movimento di Grillo.

Basta aggiungere una spolverata di peperoncino politico, come l’eterna lite tra Rosy Bindi e Nicki Vendola sui matrimoni gay, e la auto-rottamazione della sinistra è completa. (IlM 12-09-2012 – foto da roars.it)