Stop all’acquisto di autoblu fino al 31 dicembre 2015

Il Consiglio dei Ministri del 26 agosto ha previsto misure di contenimento della spesa per auto blu e consulenze. Per quanto riguarda le auto di servizio, viene prolungato di un anno (fino 31 dicembre 2015) il divieto per le amministrazioni pubbliche, le autorità indipendenti e la Commissione nazionale per le società e la borsa (Consob), di acquistare autovetture e stipulare contratti di locazione finanziaria aventi ad oggetto autovetture.

Si stabilisce poi il divieto, a decorrere dall’anno 2014 – per le amministrazioni pubbliche inserite nel conto economico consolidato della PA, le autorità indipendenti, ivi inclusa la Commissione nazionale per le società e la borsa (Consob) e le società dalle stesse amministrazioni controllate – di effettuare spese di ammontare superiore all’80 per cento del limite previsto per l’anno 2013 per l’acquisto, la manutenzione, il noleggio e l’esercizio di autovetture, nonché per l’acquisto di buoni taxi, qualora non abbiano provveduto ad effettuare la comunicazione relativa alle autovetture in dotazione al dipartimento della Funzione pubblica della Presidenza del Consiglio dei Ministri (prevista dal Dpcm dell’agosto 2011).

Vengono infine introdotte la nullità degli atti adottati in violazione delle disposizioni, la nullità dei relativi contratti, la responsabilità per illecito disciplinare a carico del responsabile della violazione delle disposizioni medesime, nonché la nullità della sanzione amministrativa pecuniaria a carico del medesimo.

Qualcosa sulla Tares…

La TARES (Tributo comunale sui rifiuti e sui servizi) è un tributo in tema di gestione dei rifiuti introdotta da Monti con il cosiddetto “decreto salva Italia” in sostituzione della Tariffa di igiene ambientale (TIA) e Tassa per lo smaltimento dei rifiuti solidi urbani (TARSU).

Il nuovo tributo è in vigore dal 1º gennaio 2013 e consiste in un’imposta basata sulla superficie dell’immobile di riferimento, il numero dei residenti, l’uso, la produzione media dei rifiuti ed altri parametri ed ha come obiettivo la copertura economica per intero del servizio di raccolta e smaltimento rifiuti del comune.

Il pagamento, articolato in quattro rate annuali, doveva iniziare a gennaio 2013, è slittato, secondo un emendamento alle legge di stabilità, prima ad aprile ed in seguito a luglio 2013 ex art. 1 bis del D.L. 1/2013.

La Tares rispetta due nuovi parametri che ne aggravano notevolmente il peso sulle tasche dei contribuenti. Deve coprire il 100% del costo del servizio di smaltimento dei rifiuti sostenuto dai comuni e deve finanziare anche i “servizi indivisibili” forniti dall’ente locale come l’illuminazione pubblica, la manutenzione delle strade, la polizia locale, le aree verdi.

Ingresso nell’UE dei cittadini della Croazia – Rapporto di lavoro domestico

INPS circolare 1º agosto 2013, n. 117

Sommario: Premessa – Ingresso nell’Unione europea dei cittadini della Croazia: effetti sul rapporto di lavoro domestico.

 

Premessa

Dal 1° luglio 2013, come noto, la Croazia è diventata 28° Stato membro dell’UE, in virtù dell’entrata in vigore del Trattato del 9 dicembre 2011 relativo alla sua adesione all’Unione (Gazzetta Ufficiale dell’Unione europea del 24 aprile 2012, n. L 112 e legge di ratifica del 29 febbraio 2012, n. 17, pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale n. 52 del 2 marzo 2012, supplemento ordinario n. 42).

Conseguentemente per i cittadini croati valgono le disposizioni di diritto comunitario in materia di libera circolazione nel territorio dell’U.E previste dal decreto legislativo 6 febbraio 2007, n. 30 (attuazione della direttiva 2004/38/CE relativa al diritto dei cittadini dell’Unione e dei loro familiari di circolare e di soggiornare liberamente nel territorio degli Stati membri), salvo le limitazioni derivanti dalle disposizioni in materia penale ed a tutela dell’ordine pubblico e di pubblica sicurezza.

 

Ingresso nell’Unione europea dei cittadini della Croazia: effetti sul rapporto di lavoro domestico

Con circolare congiunta del 2 luglio scorso il Ministero dell’interno e il Ministero del lavoro e delle politiche sociali hanno fornito chiarimenti circa le modalità per l’accesso al mercato del lavoro dei cittadini provenienti dalla Croazia.

Per quanto riguarda l’accesso al mercato del lavoro subordinato, il Governo italiano, analogamente a quanto previsto da altri Paesi dell’UE, ha deciso di avvalersi di un regime transitorio, in considerazione della situazione esistente nel mercato del lavoro italiano, di due anni, previsto dall’Allegato V dell’Atto di adesione, prima di liberalizzare completamente l’accesso al lavoro subordinato.

Il regime transitorio non si applica, invece, ai lavoratori domestici per i quali l’Italia farà ricorso ad un regime di libero accesso al mercato del lavoro interno.

Ne consegue che i datori di lavoro che intendono procedere all’assunzione di lavoratori domestici croati dovranno adempiere a quanto previsto all’art. 16-bis del decreto-legge 29 novembre 2008, n. 185, convertito con modificazioni dalla legge 28 gennaio 2009, n. 2, commi 11 e 12, che, in deroga alla normativa vigente in materia di lavoro (D.M. 30 ottobre 2007 del Ministero del lavoro e delle politiche sociali), ha disposto che i datori di lavoro domestico presentino all’INPS le comunicazioni obbligatorie di assunzione, cessazione, trasformazione e proroga del rapporto di lavoro.

Si richiamano, in merito, i chiarimenti forniti con circolare INPS n. 20 del 17 febbraio 2009.

Per quanto riguarda le domande di emersione relative a lavoratori domestici di nazionalità croata, la sopra citata circolare interministeriale ha chiarito che lo Sportello unico per l’Immigrazione provvederà oltre che all’archiviazione delle richieste di nulla osta, già presentate agli uffici competenti, anche all’archiviazione delle domande di emersione relative all’assunzione di lavoratori domestici cittadini croati.

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A Reggio Calabria le idee che mossero il mondo…

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Pino Rauti era un uomo capace, come pochi, di leggere la realtà in trasparenza, di anticipare i processi, di pensare alla politica come una conseguenza della evoluzione culturale.

Rauti tentò la folle impresa di far politica a colpi di idee e visioni del mondo. Trasferì la nostalgia del piccolo mondo missino dalla Repubblica Sociale al Sacro Romano Impero, immettendo il fascismo nel più maestoso fiume della Tradizione, con la T maiuscola. Sognò l’Europa in pieno nazionalismo missino, lanciò il comunitarismo in pieno cameratismo, scoprì l’ecologia in piena ideologia e istigò alla lettura giovani militanti, sottraendoli al puro attivismo e alla retorica patriottarda.

Preferiva Evola a Gentile. Teorizzò lo sfondamento a sinistra e l’alleanza rivoluzionaria.

Passò per nostalgico, lui che ai tempi in cui Fini esaltava il Duce, sosteneva di andare oltre il fascismo.

Si schierò a fianco della Nato nella guerra contro Saddam Hussein, lui che rappresentava la destra filopalestinese e antiamericana (mentre Fini, al seguito di Le Pen, andava a trovare il dittatore irakeno).

Oggi, guardando alla politica attuale avrebbe detto di “andare oltre”, oltre le divisioni, le contrapposizioni, le meschinità umane, le difficoltà di un contingente povero di grandi figure a cui fare riferimento. Le grandi idee possono trovare cattivi interpreti, ma difficilmente muoiono.

…pensieri sparsi su Pino Rauti tratti dal web

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Sempre più difficile investire in Italia

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L’Italia non è un paese per stranieri, per degli imprenditori disposti a investire, a portare capitali, ricchezza e lavoro qui da noi piuttosto che in Lituania o Serbia. Ci sono poche debite eccezioni come l’Ikea, che in Italia ha un florido mercato, ha interesse a restarci e a crescere, ma che trova tanti ostacoli burocratici per aprire un punto-vendita da essere costretta ad alzare la voce e a gridare al mondo intero (bella pubblicità all’estero) come sia impossibile fare impresa nel nostro paese.
Lars Petersson, numero uno del gruppo svedese in Italia, ieri ha voluto raccontare alla stampa le difficoltà nelle quali è impantanata la sua impresa, che non riesce ad aprire a Roma un megastore che darebbe lavoro a centinaia di persone. Tutto bloccato da sette anni perché “in Italia i tempi della burocrazia non sono accettabili”.
Stessa cosa era accaduta in Toscana, anche là sette anni di guai: solo dopo la minaccia-ultimatum di trasferire l’investimento in Lituania le cose sembrano avviate nella giusta direzione. Insomma, pochi investono in Italia e anche quei pochi, per farlo, devono passare le pene dell’inferno.
Il caso dell’Ikea forse si risolverà, ma l’elenco delle occasioni mancate o perdute dall’Italia per attrarre investimenti, creare lavoro e ricchezza si misurano a lenzuolate. Spesso per i “no” localistici e di piccoli gruppi organizzati (vedi il rigassificatore della British a Brindisi) oppure di gruppi antagonisti (le grandi infrastrutture). Ma più in generale per i tanti “spread” che ci tengono in coda alle classifiche: maglia nera in Europa sulla giustizia (lenta e “ingiusta”), per il peso fiscale eccessivo, per il costo dell’energia, per la produttività; agli ultimi posti per il costo del credito, per la burocrazia nell’export, per le infrastrutture.
Ancora pochi giorni fa, nel dar conto degli incontri del premier Monti con i grandi investitori americani per promuovere il nostro paese, Il Sole 24 Ore dettagliava, a fronte dei sorrisi e degli elogi ufficiali, un “dietro le quinte” di dichiarazioni imbarazzanti: scarsa fiducia nel contesto-paese e assoluta reticenza a investire in un territorio percepito come ambientalmente ostile al fare impresa.
D’altronde solo due mesi prima il Wall Street Journal aveva messo in fila “otto buoni motivi” per non investire in Italia: ai primi posti la difficoltà a licenziare, i costi contributivi, l’invadenza e onnipresenza del sindacato, la burocrazia impossibile.
Il WSJ non cita i grandi temi del costo del credito o di quello dell’energia, ma piuttosto si sofferma su lacci e lacciuoli all’impresa che potrebbero essere rimossi dal governo a costo zero e in tempi rapidi. In testa a tutto, le difficoltà di gestire i rapporti di lavoro nelle imprese, la scarsa flessibilità, la dittatura del sindacato. Ecco quel che più temono gli investitori stranieri.
Purtroppo è anche la nota dolente di un riformismo montiano partito bene con le pensioni e poi in panne con i deludenti contenuti di una pseudo-riforma del lavoro condizionata dai veti della sinistra. La quale, se vince le elezioni, minaccia di smontare anche quel che di buono c’è. Da allora poco o nulla è stato fatto dal governo per districare quel groviglio di “lacci e lacciuoli” che ci mettono i coda a tutti per attrattività degli investimenti.
La classifica di Euromo ci mette dietro la Colombia come rischio-paese per gli investimenti: ci ha sorpassati nell’ultimo anno, vorrà dire qualcosa?(ilM 04/10/2012)

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Pd/Capolavoro sì, di confusione

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“Un capolavoro di democrazia”. Così Bersani ha definito l’esito dell’assemblea nazionale del Pd sulle primarie. Ma appena ventiquattr’ore dopo, dietro l’apparente unanimismo, le acque nel centrosinistra sono più agitate che mai. Secondo molti il segretario ha compiuto un nuovo, decisivo strappo nei confronti di quell’oligarchia che esattamente tre anni fa l’aveva incoronato segretario e della cui tutela oggi vuole sbarazzarsi. Non a caso, Rosy Bindi non ha nascosto il suo disappunto per l’accantonamento dell’emendamento anti-Renzi di cui lei era l’ispiratrice e che avrebbe di fatto consegnato le primarie agli apparati centrali. Dando partita vinta a Renzi, Bersani ha preso fragorosamente le distanze dall’oligarchia nata e cresciuta con lui e che vorrebbe continuare a condizionarlo. Una mossa azzardata, perché Bersani nelle vesti di rottamatore fa sinceramente sorridere, e soprattutto perché da ora in poi il segretario dovrà guardarsi non solo dal sindaco di Firenze, ma anche da coloro che dicono di sostenerlo. A partire da Veltroni e dallo stesso Prodi, che infatti evitano accuratamente di dichiarare per chi si schiereranno. Ma a complicare ancora di più il puzzle ci ha pensato Vendola, che se n’è uscito con un attacco frontale a Renzi “privo di adesione a modelli culturali che io penso debbano essere rottamati”. E qui sorge spontanea la domanda a cui nessuno, nel centrosinistra, è in grado di rispondere: quale sarà il programma di governo della coalizione che Bersani o Renzi si propongono di guidare alle prossime elezioni?
Sappiamo che Renzi vuole rottamare tutta la classe politica da Berlusconi a Bersani.
Sappiamo che il principale alleato del Pd sarà Vendola che chiede discontinuità e rottura rispetto al governo Monti.
Sappiamo che Bersani sta gradatamente prendendo le distanze dall’attuale premier – dimenticando di essere da un anno forza di governo – ma almeno metà del suo partito sostiene che nella prossima legislatura non ci si potrà discostare dall’agenda Monti. Il Pd, insomma, continua a ragionare e a comportarsi da partito di opposizione, non da capofila di una maggioranza di governo. Alle primarie, si confronteranno più candidati che idee per governare il Paese. E a confondere ancora di più le acque ci si è messo anche Di Pietro, che ora dice di voler correre alle primarie, “se saranno primarie di programma”. La solita babele che riporta in auge il fantasma dell’Unione, con l’incognita di cosa resterà del Pd dopo le primarie, chiunque le vinca. (ilM 08/10/2012)

il governo fa nuove promesse ma giovani e donne sono senza lavoro​

Il guaio e’ che non si vede ancora, aldilà delle promesse, un piano preciso e dettagliato di sviluppo per tutto il Paese, con un accenno particolare per la questione meridionale, tornata di forza in campo in seguito all’esplosione della crisi globale. Anche il ministro per lo Sviluppo Passera ha messo l’accento in questi giorni sulla necessità di una riduzione del prelievo fiscale sulle imprese e sui cittadini, quale unica ricetta valida per la ripresa dell’economia. Ma la sua uscita segue quella del Presidente del Consiglio che ha categoricamente escluso ogni e qualsiasi ipotesi di taglio delle tasse. Allora rimane il dubbio di fondo. I consumi stanno languendo, non si parla di solo abbigliamento o di lusso, ma di comunissimi generi alimentari. Non si riesce più a vendere una macchina sul mercato italiano, mentre i costi della benzina e del gasolio salgono in maniera sproporzionata, gravando così sul costo dei trasporti e generando nuova inflazione. L’abitazione, il bene rifugio prediletto dagli italiani, vede un crollo degli acquisti nonché delle valutazioni, generando sfiducia nelle aspettative delle persone. E intanto si avvicina la scadenza finale dell’Imu, l’imposta sulla casa percepita da tutti come una vera e propria imposta patrimoniale. In definitiva, non appare certamente questo il quadro ideale per un rilancio specifico dedicato, come dovrebbe essere, a nuove iniziative nel Meridione, per i giovani e per le donne. Per non parlare del rilancio e dello sviluppo di tutto il sistema Italia. (ilM 08/10/2012)

polemica strumentale del centrosinistra sul taglio dei fondi per il cartellone del tatro Cilea

Respingiamo al mittente le irresponsabili dichiarazioni apparse sulla stampa da parte del centrosinistra reggino rispetto alla nota stampa dei capigruppo PdL, UdC e Scopelliti Presidente.

I soliti “tipi sinistri” non si smentiscono nemmeno in questa occasione. Basta rileggere il comunicato di Scarfone, Bagnato e Raso per rendersi conto che quanto riportato da Canale and friends  è stato artatamente rivisitato per montare polemiche ed ingenerare confusione. D’altronde siamo abituati a registrare posizioni di questo tipo. I reggini non hanno la memoria corta e ricordano bene le prese di posizione, dentro e fuori dall’aula consiliare, rispetto a problemi seri come i trasporti, la lotta alla ‘ndrangheta, fin’anche sull’approvazione dell’Odg sulla Madonna della Consolazione. Ogni occasione è buona per voler far scadere il dibattito politico in rissa. Ogni frase, parola o virgola può essere utilizzato per voler livellare verso il basso l’istituzione comunale.

Anche sulla proposta, ampiamente condivisa all’interno della maggioranza, eventualmente di non finanziare il cartellone del Cilea, l’occasione è ghiotta per Canale & Co. per rilanciare il tormentone contro Scopelliti o lanciare sospetti su quali recondite motivazioni si potrebbero nascondere.

L’Amministrazione comunale negli ultimi due anni ha subito un taglio dei trasferimenti statali di più del 40%. Passiamo dai 61 milioni del 2010 ai 33 milioni del 2012. Un amministratore responsabile prima di agitare le folle dovrebbe fare i conti con la realtà. Nessuno rinnega quello che è stato fatto negli anni passati. La nostra città, negli anni del Sindaco Scopelliti, è stata al centro dell’attenzione italiana ed internazionale per i grandi eventi e le iniziative culturali. Abbiamo vissuto anni importanti passando da città dolente a città metropolitana con grandi prospettive.

L’amministrazione Arena, consapevole dei tempi e delle circostanze storiche, ha agito nel settore della cultura e degli spettacoli con lungimiranza ed uno spiccato spirito collaborativo puntando sulla valorizzazione delle risorse reggine riuscendo a presentare spettacoli e manifestazioni di spessore, contenendo notevolmente le spese.

La cultura non è un lusso, non è un “costo”, è un investimento necessario. Solo che oggi dobbiamo avere il coraggio, avendo cura di tutelare le politiche sociali, di affrontare un serio piano dei costi in tutti i settori.

Il problema serio di questo centrosinistra é la mancanza di proposte e la voglia di non confrontarsi: vige rigorosamente il no a prescindere. Con la conseguente e ormai ripetitiva critica che, sinceramente, ha come unico risultato quello di stancare i reggini.

Negli ultimi due anni grazie a questa “sinistra” politica ci troviamo in mezzo ad un guado. Questa sinistra ha venduto la propria città alla mercé dei giornali nazionali, sadico nel vedere la propria Reggio svergognata da falsità e immondizia nel panorama nazionale.

A differenza loro, noi discuteremo insieme sui tagli e sulle decisioni da prendere per il futuro avendo come unica stella polare la nostra città.

Beniamino Scarfone (PdL)

Michele Raso (Scopelliti Presidente)

Bruno Bagnato (UDC)

Massimo Ripepi (PACE)

Rocco La Scala (PRI)

Francesco Plateroti (SUD)

Emiliano Imbalzano (Popolari e Liberali)

La Madonna della Consolazione avrà una piazza o una via in città così come richiesto dall’Associazione dei portatori e dai reggini che hanno portato avanti una partecipata petizione popolare

Interpretando ancora una volta i sentimenti autentici della comunità reggina abbiamo voluto portare la proposta di intitolazione di una via o piazza della nostra città alla Madonna della Consolazione, cogliendo l’occasione delle feste mariane, così come da impegno assunto lo scorso anno. Purtroppo rispetto a questa sensibilità abbiamo dovuto registrare un atteggiamento fortemente strumentale da parte della minoranza che questa mattina in Aula ha voluto politicizzare un tema così caro alla città. Storicamente la Madonna della Consolazione rappresenta unione e condivisione, ed oggi, in un momento così difficile per la nostra comunità, dobbiamo andare nella direzione dettata dal Sindaco, ed invocata dal nostro Arcivescovo, in occasione dell’offerta del Cero Votivo: L’UNITA!

Esprimiamo, comunque, viva soddisfazione per l’approvazione dell’ODG. Un sentito pensiero va all’Associazione Portatori della Vara “Madonna della Consolazione” che fortemente si è battuta, anche con una partecipata petizione popolare, per ottenere l’intestazione di una delle vie o piazze attraversate dalla processione mariana a settembre e novembre di ogni anno.

Nello specifico, riportando testualmente il testo della delibera, il Consiglio Comunale con il voto di oggi ha deciso di <<trovare un luogo, che sia collegato al Culto Mariano della città, per ricordarla adeguatamente secondo la sentita volontà dei Reggini>> ed <<assegnare il San Giorgio d’Oro all’Associazione Portatori della Vara “Madonna della Consolazione” quali custodi e testimoni di un rapporto silenzioso d’amore e di una consuetudine plurisecolare>>.

 Beniamino Scarfone, Capogruppo del Popolo della Libertà

Emiliano Imbalzano, Vicepresidente del Consiglio Comunale

Della Valle e Marchionne io non compro macchine Fiat e scarpe Tod’s perchè non ho un quattrino!!!

“Della Valle dice che non compra auto Fiat, Marchionne che non compra più scarpe Tod’s, la gran parte degli italiani non si pone il problema, visto che non ha  i quattrini né per le une né per le altre”. E’ una battuta che circola e che, come tutte le battute, ha una radice di verità. Perché al netto delle polemiche sul valore del manager italo-canadese a due facce – sugli altari in Usa e nella polvere qui da noi, grandi risultati là e grandi promesse svanite in Italia – il problema di fondo sta nella situazione economica di un Paese che è fanalino di coda nella crescita e sul podio più alto del mondo occidentale per tassazione  delle  famiglie e delle imprese, per non parlare dei primati di crollo della produttività e di scarsa attrattività degli investimenti esteri. Un Paese che quindi non consuma e così produce quel poco che serve per il mercato interno andandosi a cercare con fatica clienti nel mondo intero.

Dopo la casa, l’auto è per impegno finanziario il secondo investimento di una famiglia e così per la Fiat sono guai grossi, con un mercato italiano che crolla (il peggiore, un milione di auto in meno rispetto a 5 anni fa) all’interno di un mercato europeo che scende. Ha quattro stabilimenti e ne basterebbero due per saturare la richiesta di auto Fiat dell’intero mercato continentale. La partita in gioco è quindi grossa, c’è l’esistenza di due fabbriche che balla, la vita e il posto di lavoro di 15mila dipendenti diretti più altrettanti nell’indotto, la stessa sopravvivenza della produzione di auto in Italia.

E’ una situazione figlia di colpe antiche (gli aiuti di Stato molto consistenti, diretti e indiretti; la protezione contro la concorrenza di cui ha goduto la Fiat fino agli anni ’90) e di responsabilità più recenti. Non ultima la cosiddetta Fabbrica Italia, un piano che è apparso presto sovradimensionato (target di produzione italiana a un milione 400mila vetture, il triplo di oggi), con i suoi 20 miliardi di investimenti: in realtà “soltanto” 7 destinati all’auto e all’Italia  (il resto nel mondo e in altri settori), una confusione comunicativa voluta da Marchionne e che ora gli si ritorce contro.

Sta di fatto che nel frattempo Fiat ha cambiato pelle, il mercato è ben lontano da quel che si sperava. Gli investimenti ci sono stati a Pomigliano con la Panda e a Grugliasco con la Maserati (in tutto quasi 2 miliardi) e certo non è possibile  ora investire su nuovi prodotti che resterebbero sui piazzali. Come accade in Europa a Peugeot, Renault, Opel, laddove già si ragiona su licenziamenti e chiusure.

Si va dunque all’incontro di Palazzo Chigi perché la Fiat scopra le sue carte sul futuro delle fabbriche, dei lavoratori, della stessa produzione in Italia. E’ bene che si faccia chiarezza, partendo da un’operazione trasparenza e verità prima di tutto da parte di Fiat. Sono da escludere incentivi, hanno sempre drogato il mercato e fatto danni.

Si dovrà ragionare in primo luogo sulla protezione sociale dei lavoratori, che Marchionne sostiene di non voler licenziare; si dovrà ragionare di Mirafiori, dove si progetta un Suv destinato al fiorente mercato americano; si dovrà ragionare di altri progetti per tenere in piedi la Fiat. Ma si potrebbe anche parlare di come ridare un po’di carburante alla ripresa del settore, al quale questo governo ha tarpato le ali con tasse sul lusso, superbolli, aumenti della benzina e infinite altre gabelle. (IlM del 19/09/2012)