Follia/Il governo vuole tagliare gli stipendi

Il governo Monti sta studiando un sistema per tagliare le buste paga? Lo rivela Libero in una dettagliata indiscrezione. In pratica si tratterebbe di dare attuazione ad un “suggerimento” del 2008 dell’allora presidente della Bce, Jean-Claude Trichet: “Per risolvere il problema della produttività l’Italia dovrebbe eliminare completamente dalla retribuzioni la componente legata all’inflazione”. Un consiglio fortunatamente mai accolto in pieno, né da noi né altrove: l’indicizzazione dei salari, almeno di quelli più bassi, è presente ovunque, a cominciare da Francia e Germania. Quanto all’Italia, ormai andata da anni in soffitta la scala mobile, esiste la rivalutazione legata all’indice base Istat di aumento del costo della vita (depurato di alcuni consumi, tra i quali i tabacchi): questa mini-indicizzazione è l’unica, per esempio, della quale i dipendenti usufruiscono in caso di mancato rinnovo dei contratti collettivi e dei relativi scatti. Stessa cosa per i pensionati.

Si tratta già di una voce che non tiene il passo del caro-vita: o perché è stata congelata, come per le pensioni con la riforma Fornero, e le retribuzioni e pensioni superiori ad un certo importo; ma soprattutto perché non regge alla miriade di tasse e aumenti escogitati da questo governo. O anche perché i precari hanno stipendi da fame per di più bloccati. Ragion per cui nel 2012 i redditi medi lordi degli italiani sono scesi a 19.250 euro, tornando a livelli di 10 anni fa, mentre il Pil procapite è addirittura precipitato a 15 anni addietro, e così i consumi.

Che cosa vuol fare adesso Monti? In vista di un ennesimo consiglio europeo del 19 ottobre, intende presentare una “riforma” degli stipendi nella quale quel minimo di rivalutazione viene del tutto eliminata dagli stipendi base, mentre verrebbe “potenziata” la contrattazione di secondo livello, cioè aziendale e di settore. Il tutto presentato come soluzione alla bassa produttività dell’Italia. Si tratterebbe dell’ennesimo bluff: con la crisi i rinnovi contrattuali sono bloccati, la “riforma” non toccherebbe i pensionati (i quali verrebbero condannati a vita a non avere più alcuna rivalutazione), né i lavoratori autonomi, mentre le tasse e l’inflazione continuano a mangiarsi ciò che resta di redditi e risparmi. E sarebbero queste le misure per rilanciare la crescita e i consumi? Ma siamo matti? (da IlM 19/09/2012)

Pd, aumentano i nomi e la confusione

Dal Corriere della Sera, a firma Massimo Franco. Non si può dire che le primarie stiano offrendo l’immagine di un Pd compatto intorno alla leadership di Pier Luigi Bersani. E la folla di aspiranti candidati a Palazzo Chigi farebbe pensare che chiunque nel centrosinistra si senta in grado di sostituire Mario Monti al governo. Ma probabilmente sono forzate entrambe le interpretazioni. Il segretario del Pd non è accerchiato da veri concorrenti, ma da una moltitudine di ambizioni, se non di velleità. E l’ipotesi che da questa gara esca un aspirante presidente del Consiglio diverso da Bersani rimane, al momento, piuttosto remota. L’unica vera sfida è quella del sindaco di Firenze, Matteo Renzi: se non altro perché è partita prima e tende a sparigliare i giochi interni.

Ma le candidature a ripetizione che sono spuntate sulla sua scia promettono di disperdere i voti e di trasformare un appuntamento ancora un po’ nebuloso in una sorta di caotico cripto-congresso. Bersani ammette che «l’affollamento sarebbe un problema, ma non ne farei un dramma: alle primarie francesi c’erano sei candidati». Come dire: alla fine emergeranno comunque quelle vere. La moltiplicazione dei premier in pectore, però, sta seminando perplessità crescenti. Il sarcasmo dell’ex ministro Giuseppe Fioroni gli fa dire che se arrivano a undici si può fare una squadra di calcio. E qualcuno teme che un’esplosione non governata delle vanità porti al collasso del partito.

Fra l’altro, non è ancora chiaro neppure se le primarie saranno aperte ad esponenti delle forze potenzialmente alleate del Pd. Il problema è stato posto da Nichi Vendola, governatore della Puglia e capo di Sinistra, ecologia e libertà (Sel). Bersani ha risposto che sì, «Nichi sarà della partita». Il risultato, però, è di mostrare un partito che appoggia Monti ma intanto formalizza anche con le primarie un’alleanza con una sinistra che si vuole liberare del presidente del Consiglio e della sua agenda di politica economica. Su questo, resta un alone di ambiguità, che nemmeno Renzi è riuscito a dissolvere: forse anche perché teme che le regole delle primarie vengano cambiate in corsa per arginarlo.

«I sondaggi cominciano a far paura a qualcuno. Ma perché – protesta – chi votava per Prodi, Veltroni o Bersani eleggeva grandi personaggi, mentre se vota me è un pericoloso reazionario?». La risposta non c’è ancora, e le elezioni politiche del 2013 si avvicinano. Il ritardo è vistoso, ma forse inevitabile. Volente o nolente, come tutti, il Pd è appeso alla riforma elettorale. Sull’attivismo e le autocandidature di queste settimane incombe tuttora la possibilità che si opti per un sistema non in grado di garantire a uno schieramento o a un partito la maggioranza sufficiente per governare; e dunque che tutte le ambizioni finiscano per rimanere tali, rendendo inutili le primarie perché il premier sarebbe scelto dopo, non prima delle elezioni.

L’insistenza di Bersani contro un ritorno al sistema proporzionale si spiega con la volontà di evitare un epilogo del genere: una coalizione di unità nazionale che Pdl e Udc si augurano, per motivi diversi. Un esito elettorale senza veri vincitori frustrerebbe infatti le ambizioni del centrosinistra. Ma nessuno è in grado di fare previsioni sui tempi e i contenuti del compromesso che si potrebbe raggiungere entro un mese in Parlamento. Il rischio è che qualunque mediazione sia percepita comunque come un passo troppo piccolo e tardivo per legittimare una classe politica sfregiata dagli scandali che spuntano negli enti locali, l’ultimo nel Lazio. Si parla di due settimane per un accordo, per poi andare alle Camere «al buio». E lì potrebbero arrivare sorprese.

I marò dimenticati dalla Farnesina

I due marò tenuti prigionieri in India da sette mesi contro il diritto internazionale? Non c’è dubbio: il governo Monti se li è dimenticati, e se ne lava le mani. Se mancava la prova, ora c’è. Basta fare attenzione all’ampia intervista che il ministro degli Esteri, Giulio Terzi, ha rilasciato venerdì scorso a Sette, il magazine del Corriere della sera.

In cinque pagine di domande e risposte il ministro Terzi parla di tutto, dal futuro dell’euro ai privilegi della Farnesina, ricopre di elogi sperticati il proprio operato senza alcun contraddittorio, ma non dice neppure una parola su Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, i marò arrestati il 15 febbraio in India con l’accusa di avere ucciso due pescatori indiani mentre vigilavano sulla sicurezza di una petroliera italiana, 20 miglia al largo delle coste indiane, dunque in acque internazionali.

Quei due marò rappresentavano lo Stato italiano, e lo rappresentano tuttora. E riportarli a casa dovrebbe costituire per il governo un dovere prioritario, addirittura tassativo per il ministro competente, a difesa della credibilità internazionale dell’Italia.

Ma finora il ministro Terzi ha fatto ben poco: molte chiacchiere, qualche lettera e qualche promessa, per stendere infine una imbarazzata cortina di silenzio sulla vicenda.

A stanare il ministro ci ha provato a fine agosto una giovane donna con forti sentimenti patriottici, Elena Donazzan, promotrice della Rete Patrioti nel nordest, nonché assessore della Regione Veneto per le politiche del lavoro. In una lettera aperta al responsabile della Farnesina ha scritto: “Caro ministro, sappia che non le daremo tregua. Lei e il suo governo vi siete dimenticati di due Italiani (con la i maiuscola; ndr), che vestono l’uniforme della Marina Militare, ostaggio da 195 giorni di uno Stato straniero. Sappiate che gli italiani veri non li dimenticano, e li ricordano in ogni momento… tenendo la foto di Latorre e Girone in diversi luoghi pubblici, sui municipi, ma anche sui cruscotti delle automobili e negli studi professionali. Foto che anche lei dovrebbe avere nel suo studio per sentire su di sé la responsabilità di quei due uomini”.

La risposta di Terzi? Degna di Ponzio Pilato: “L’attenzione del governo è costante, ma non c’è bisogno di mettere la foto sulla scrivania. Ogni passaggio di questa vicenda è oggetto di una precisa comunicazione, e sul sito della Farnesina troverà molte indicazioni su questo difficile caso, così come sui 27 casi di connazionali che si sono trovati negli ultimi nove mesi in situazione di grave pericolo a motivo di sequestri e atti di pirateria”.

Pare incredibile, ma è così: i due marò, che rappresentavano lo Stato italiano in acque internazionali, dove il diritto internazionale assegna la competenza giuridica sugli eventuali reati allo Stato di appartenenza, vengono paragonati dal governo a vittime di sequestri da parte dei pirati, liberati in molti casi pagando robusti riscatti.

Per Girone e Latorre, invece, solo parole inappropriate e promesse vuote, ripetute come un disco rotto nelle feste di partito (Terzi lo ha fatto anche al meeting di Atreju). Come se non bastassero le promesse a vuoto sulla ripresa economica, la liberazione mancata dei due marò è l’ennesima delusione del governo dei professori, la prova concreta della scarsa credibilità della Farnesina non solo in India, ma su tutto lo scacchiere internazionale. (IlM del 18/09/2012)

monti

SuperMonti ingrassa sempre più le banche… altro che decreto salva imprese

montiUn tempo sui fidi c’era da pagare in banca la “commissione di massimo scoperto”, alle cui storture si è applicato il premier Monti firmando a fine giugno, in qualità di ministro dell’Economia ad interim, il decreto che istituiva la nuova “commissione sulla disponibilità dei fondi”. Respirone di sollievo? Macché. Per le imprese e per tutti i risparmiatori, il provvedimento si è rivelato una solenne e costosa fregatura. È un affarone invece per le banche, che si fanno così pagare il 2% annuo di commissione fissa sull’intero fido, indipendentemente dal fatto che venga utilizzato o meno, in tutto o in parte, per un solo giorno o per tutto il tempo concordato.

Il decreto, finora applicato solo ai nuovi depositi, dal primo ottobre prossimo si estende a tutta la clientela bancaria. Sono guai per i risparmiatori in generale, ma lo sono soprattutto per le piccole imprese, per gli artigiani, per i commercianti, centomila dei quali – ha segnalato recentemente Confesercenti – hanno chiuso bottega a causa di “una zavorra fiscale impressionante”. Su un fido mettiamo di centomila euro, con il nuovo decreto 2mila euro se ne vanno, anche se non si ritira un solo centesimo: la commissione fissa è infatti dello 0,5% trimestrale (tutte le banche primarie hanno applicato infatti il tetto massimo). Una sorta di gabella medioevale alla quale si aggiungono poi, se si utilizza il fido, interessi da quasi usura che mediamente sono del 17,7% e in taluni casi viaggiano sopra il 20%.

Si tratta di un provvedimento peggiorativo rispetto alla deprecata “commissione di massimo scoperto”, che almeno si pagava soltanto sulle somme effettivamente utilizzate (riferite non alla media ma alla punta massima di un solo giorno, qui la stortura); ora si paga salato solo il fatto che la somma sta lì, a tua disposizione e per quel solo fatto, che la tocchi o no, paghi il 2%. Si chiedeva trasparenza sul cosiddetto rosso in banca e non si può dire che Monti sia stato di parola: infatti il decreto si chiama salva-banche, mica salva-imprese… (da IlM del 18/09/2012)

Lotta all’evasione, dal blitz al flop

Lotta senza quartiere all’evasione fiscale, Monti che indossa l’elmetto e tuona “siamo in guerra”, i blitz della Finanza e sapete che succede? Se va bene l’Erario – parola dell’Agenzia delle Entrate – incasserà nel 2012 la stessa somma che mise in cantiere nel 2011, grazie all’impegno del governo Berlusconi. Si può dire? Un clamoroso flop.

Tanto agitarsi per nulla: gli spettacolari blitz nelle località di villeggiatura, nei centri storici, nei ristoranti alla moda, sui moli dei porti e in alto mare, l’altro giorno anche nelle gallerie d’arte in tutto il Paese; controlli in banca su conti, risparmi, prelievi e investimenti; e poi nelle strade dove è caccia grossa alle auto cosiddette di lusso.

Le vendite di grandi vetture sono letteralmente crollate, tant’è che la Ferrari cresce in tutto il mondo ma solo sul mercato italiano, dove produce e dà lavoro, spicca il segno “meno”. E i nostri porti turistici erano semideserti. E c’è chi i beni di lusso non li acquista più, pur avendone le possibilità. Danni economici collaterali per l’industria, la cantieristica, il turismo, ma almeno in cambio di eclatanti risultati? Così immaginavamo. E invece la montagna ha partorito il classico topolino: l’Agenzia delle Entrate informa infatti che a fine anno “conta di centrare” (una speranza dunque) i risultati dell’anno scorso.

Nel 2011 i proventi sono stati pari a 12,7 miliardi frutto dell’impegno del governo Berlusconi e il direttore vicario dell’Agenzia delle Entrate, Marco Di Capua, ha dichiarato che nel 2012 dovrebbe essere raggiunto l’obiettivo previsto di “oltre 10 miliardi derivanti dai controlli, mentre è atteso un aumento delle entrate da compliance compatibilmente con la contrazione del Pil”. Lo ha detto a margine dell’audizione del suo capo, Attilio Befera, in commissione Finanze della Camera. Lo stesso Befera aveva anticipato durante un dibattito con i giovani di Atreju quell’obiettivo, precisando che si trattava “del doppio dei 6 miliardi raggranellati nel 2007”. Un modo come un altro per tacere l’evidenza che, se va bene, saranno gli stessi dell’anno prima.

Vallo a spiegare poi agli italiani che Berlusconi aveva già centrato quel risultato, senza “guerre” né blitz cinematografici!!! (IlM del 18/09/2012)

cosa accade con il dissesto? a chi conviene?

Il primo dissesto di un comune “ordinato” dalla Corte dei Conti (in ragione dei poteri conferiti dal decreto “premi e sanzioni”) si è verificato in Toscana, a Castiglion Fiorentino (AR). Il secondo caso, clamoroso perché si tratta di un capoluogo di provincia, è piemontese, ed è quello di Alessandria.

Molti comuni, inoltre, testimoniano una crisi profonda, che colpisce anche molte città metropolitane, da Torino fino a Napoli e Palermo. O città comunque importanti, quali Parma ed Ancona, Foggia e Catania. Il tutto con inevitabile contorno di aziende in crisi (è il caso della azienda di trasporto pubblico di Genova, di quella dei rifiuti e della multiservizi di Palermo) o di fallimenti già conclamati (così l’azienda di rifiuti di Foggia e quella di trasporto di Caserta), nelle quali sono avviati messa in mobilità e di licenziamento dei dipendenti.

La questione non è di poco conto, anche perché il fenomeno che si sta registrando è che il fenomeno del “fallimento” delle amministrazioni comunali non riguarda più solo il Sud, bensì anche il Centro-Nord. È un problema nazionale, che è un dovere affrontare e risolvere, visto gli effetti che potrebbe avere il “fallimento” di grandi città quali Roma, Torino e Napoli sulla credibilità finanziaria del Paese, in un momento in cui lo “spread” è un termine entrato nel linguaggio comune.

Anzitutto cerchiamo di comprendere quali sono le conseguenze di un fatto del genere che, anticipiamo, pesano tutte sui cittadini. La gestione del comune viene divisa in due: al Sindaco resta in mano la gestione corrente (a meno che non venga giudicato responsabile del dissesto, ed in tal caso si torna alle elezioni. Il sindaco “colpevole”, per altro, diventa ineleggibile); il debito del comune viene invece affidato ad una amministrazione commissariale (un po’ come in un normale fallimento), ad eccezione dei debiti per investimento, che rimangono a carico del sindaco.

I debiti, comunque, li pagherà per intero la città, perché ormai la norma esclude un intervento “esterno”. I commissari chiederanno quindi al comune di mettergli a disposizione immobili e risorse per pagare i debiti, anche se rateizzando l’importo. È chiaro che per i fornitori (comprese le stesse società del comune) il dissesto è un dramma, perché interrompe le procedure di riscossione coatta ed allunga i tempi di attesa: il dissesto del comune di Napoli durò circa 10 anni, tanto per avere una idea.

Sui cittadini peseranno maggiori imposte, perché la norma impone che tutte le aliquote fiscali vengano portate al massimo, e che i servizi a domanda individuale vengano coperti da tariffe almeno per il 36% del loro costo, ad eccezione degli asili dove la copertura deve essere del 50%, dei rifiuti per il 100% e dell’acqua per l’80%.

Il dissesto, ancora, risolve di diritto tutti i contratti a tempo determinato, e quindi comporta il “licenziamento” immediato di una parte spesso significativa dei dipendenti comunali, con effetti pesantissimi sui servizi. Ne potranno essere riassunti al massimo il 50% e solo dopo il parere favorevole della Commissione per la finanza e gli organici del Ministero dell’Interno.

Divieto, ancora, permane per l’assunzione di nuovi mutui, per un periodo di 5 anni, con conseguente blocco di nuovi investimenti.

In sostanza il dissesto, se ovviamente facilita il lavoro di risanamento dell’ente, rischia di rivelarsi un peso insopportabile per le imprese e per i cittadini. Per questo da più parti si chiede al Governo un intervento che, in cambio di serie garanzie (non è più tempo di regalie a questo o quello), offra una mano a quei comuni che dimostrino di accettare un percorso di risanamento rigoroso ma non tale da ammazzare il malato.

La Corte dei Conti, nella autorevolissima persona del suo Presidente Giampaolino, ha già fatto delle proposte che vanno in questa direzione. Il Ministero dell’Economia e delle Finanze e quello dell’Interno ci stanno riflettendo ai massimi livelli. Si faccia presto e, soprattutto, si eviti il ricorso a leggine a favore di una città o di un’altra, come è stato fatto più volte senza mai avere il coraggio di affrontare il problema fino in fondo. (di Stefano Pozzoli)

La sinistra che si rottama da sola

Rottamare la vecchia classe dirigente della sinistra, per mandare a casa i D’Alema, i Veltroni e i Bersani, non sarà un’impresa difficile per il sindaco di Firenze Matteo Renzi. A furia di litigi e di divisioni interne, la sinistra si sta rottamando da sola. E gli elettori non potranno che prenderne atto.

Un esempio? In passato il responsabile del lavoro del maggiore partito della sinistra nelle sue varie declinazioni (Pci, Pds, Ds, infine Pd) era un’autorità indiscussa, e quando apriva bocca i sindacati vicini alla sinistra, dalla Cgil alla Fiom, restavano muti come pesci, prendevano nota delle direttive e si affrettavano a trasmettere il verbo alle masse.

Oggi non è più così. Ne ha dovuto prendere atto proprio Stefano Fassina, responsabile Lavoro del Pd. Quando si è presentato in via Veneto per solidarizzare con i lavoratori dell’Alcoa, è stato spintonato via in malo modo, con accuse di tradimento e di doppiezza, dove le imprecazioni più tenere suonavano così: “Bastardi, ci avete deluso!”.

E poche ore dopo, quando si è recato a Torino per un dibattito alla festa della Fiom, Fassina è stato contestato e zittito dal leader della stessa Fiom, Giorgio Airaudo, che ha accusato il Pd di avere approvato prima una pessima riforma delle pensioni (quella Monti-Fornero) e di contrastare ora il referendum contro la riforma Fornero sul lavoro.

Che tra Pd e sindacato non siano tutte rose e fiori lo dimostra il fatto che mentre Bersani appoggia il governo Monti, la segretaria della Cgil Camusso non vede l’ora di mandare a casa l’esecutivo “delle banche e dei padroni” e si prepara a uno sciopero generale.

A chi deve dare retta, a questo punto, un povero elettore di sinistra? A Bersani o alla Camusso? Nel dubbio, i giovani del Pd seguono con interesse il tentativo di fare piazza pulita della vecchia guardia dichiarato da Matteo Renzi. D’Alema? Ha fatto più di tre mandati in Parlamento. Dunque, per Renzi, deve andare a casa. Idem per Veltroni, che “ha avuto più successo come scrittore di romanzi che come politico“. Quanto a Bersani, Renzi si sta impegnando a sconfiggerlo di persona nelle primarie. E per arginare la frana dei voti di sinistra verso Grillo, il sindaco di Firenze sostiene che nel Pd le cose si dicono in faccia, e non nei fuori onda, come è accaduto con il consigliere regionale Favia del Movimento 5 stelle, che lamenta la mancanza di democrazia nel movimento di Grillo.

Basta aggiungere una spolverata di peperoncino politico, come l’eterna lite tra Rosy Bindi e Nicki Vendola sui matrimoni gay, e la auto-rottamazione della sinistra è completa. (IlM 12-09-2012 – foto da roars.it)

GRILLO

I grillini parlano come ‘la Casta’

GRILLOLi ammazza tutti, la politica. Ieri sera, a Otto e mezzo, su La7, è comparso un bravo ragazzo con la camicetta azzurra – e il fondotinta e la barba aggiustata – che ha fatto una serie di marce indietro come ne abbiamo viste milioni durante la Prima e la Seconda Repubblica: era Giovanni Favia, il consigliere regionale che si è reso colpevole di qualche parola di troppo durante un fuori onda galeotto. Ora, invece, il ragazzo ha precisato che il suo era stato soltanto «uno sfogo privato scomposto» e che gli è sfuggito «con grande imprudenza» e questo durante «un periodo difficile a livello umano», dopodiché ha precisato che Gianroberto Casaleggio – il guru accentratore e antidemocratico – è in realtà «intelligente, capace, onesto e rispettabile», e poi ancora ha precisato che lui – Favia – in ogni caso non si dimetterà perché «mi giudicheranno i miei elettori, nessun altro può farmi dimettere». Poco prima aveva ammesso che nel Movimento 5 Stelle «il progetto di democrazia non si è realizzato», è vero, e aveva detto che ci sono ancora «delle pecche, delle micropagliuzze»: ma per il resto «non è vero che non siamo democratici», «non è vero che Casaleggio» di qua e di là. Li ammazza tutti, la politica.

Che poi, Casaleggio: il primo giornalista a scrivere che Grillo avrebbe fatto un partito è stato lo scrivente, e chi era la fonte? Era lui, Casaleggio, che lo disse a un amico genovese che lo disse a me. Accadeva il 27 luglio 2007 (il Movimento 5 stelle è nato ufficialmente il 4 ottobre 2009) e c’è da chiedersi che cosa sia cambiato da allora, ma soprattutto che senso abbia la polemica che in questi giorni ha investito Favia.

C’è qualcosa che non si sapesse? Giovanni Favia, in un datato fuorionda, ha detto che nel Movimento non c’è democrazia, che Grillo va a istinto, che questo Casaleggio mette becco dappertutto, che il successo politico del Movimento è stato repentino e che il partito rischia di «esplodergli in mano»: che c’è di nuovo? Forse che l’ha detto uno di loro, nient’altro, e chissà che altri fuorionda a questo punto non possano rivelarci ciò che sappiamo già tutti: per esempio che il Movimento non è neppure formalmente un’associazione, che secondo lo statuto (sarebbe il non-statuto) il partito trova epicentro e sede esclusivamente nel blog di Grillo, meglio, in una sottosezione del blog che formalmente non è neppure un blog perché la definizione corretta è «sito commerciale»; ci riveleranno che l’unico titolare del movimento è Beppe Grillo, che per contattare lui e il Movimento c’è solo un singolo indirizzo email. Scopriremo che questo Casaleggio è titolare di una società di comunicazione che si occupa del Movimento e del blog (l’ha fatto anche per Di Pietro) e che a suo tempo è stato lo stratega fallimentare dei referendum: Casaleggio non si accorse, nel 2008, che la legge impediva di depositare le firme nei sei mesi successivi alla data di convocazione delle elezioni, sicché dovettero buttare via tutto.

Scopriremo l’ovvio, il risaputo: che tutto ciò che non sfugge viene deciso da Grillo e da Casaleggio e che questo è il segreto di Pulcinella, come lo è che manca una vera selezione democratica dal basso. Va da sé che questa situazione non piaccia a tutti e che il dissenso è inevitabile al di là di ogni ortodossia grillina: qualche caso l’abbiamo già visto (quello di Valentino Tavolazzi a Parma, quello appunto di Giovanni Favia, ieri la consigliera di Forlì Raffaella Pirini) e qualche caso probabilmente ce lo siamo anche perso. Non sarà un caso che tutte le contraddizioni s’incrociano in Emilia Romagna, dove i grillini hanno ottenuto i successi maggiori e dove peraltro ci fu il primo V-day: e pare anche logico, ora, che non manchi un po’ di compiacimento da parte di qualche partito o giornalista, magari dimenticando che erano molto «personali» anche tutti i partiti che sono nati in Italia negli ultimi vent’anni: da Forza Italia alla Lega Nord, dall’Italia dei Valori appunto a Grillo.

La differenza, però, è che nel Movimento di Grillo manca tutto: ci sono da decidere le candidature per le prossime Politiche e sono in discussione i principi democratici e costituzionali di un partito che potrebbe diventare la seconda forza del Parlamento, non è che si possa liquidare la questione con un comunicato sul blog, né si può evitare che susciti perplessità una forza politica che non rilascia interviste, e che è appunto nelle mani di una sorta di Angelo Branduardi ingrassato: Casaleggio, appunto, uno che legge libri di mistici armeni, uno che prevede una terza guerra mondiale entro otto anni – lo spiega un video pubblicato sul suo sito – e secondo il quale questo Pianeta entro il 2040 sarà un unico network sociale chiamato Earthlink.

Che è successo, in definitiva? Niente, poco. Una grande fetta di chi ha votato Grillo l’ha fatto contro qualcosa e qualcuno, non gliene frega niente di Piazza Pulita e di Casaleggio. Ieri la Demoskopea ha rilevato un 63 per cento di «delusi» e un 18 per cento di «disincantati consapevoli», ma pare fisiologico, non è che da domattina si metteranno a votare per l’Udc: anche perché nei grillini la tentazione complottarda resta radicata, non c’è «fuori onda» che non verrà ricondotto a un attacco partitocratico (complici stampa e tv, al solito) e magari a qualche intransigente epurazione da operare tra gli eretici del Movimento: certe uscite delirati alla Luigi De Magistris («Grillo è un coagulo opulento di poteri forti») servono soltanto ad accentuare la paranoia.

Ogni volta si dice che mezza campagna elettorale, a Grillo, gliela fanno gli altri partiti: vero, ma l’altra metà gliela facciamo noi giornalisti. E così farà Piazza Pulita, che giovedì naturalmente tornerà sull’argomento, scommettiamo? (da Libero, a firma di Filippo Facci)

Sullo spread serve un’operazione-verità

“Dopo Draghi serve un’operazione verità: non possiamo più permetterci di subire le violenze egoistiche di una Germania che evidentemente, oltre che a fare i suoi interessi, puntava a vincere la sua terza guerra mondiale, dopo averne perse due”. Così l’ex ministro e deputato del Pdl Renato Brunetta in un editoriale pubblicato da Il Giornale.

“E in Italia – sottolinea Brunetta – nulla potrà essere più come prima nel dibattito politico e in Parlamento nei confronti dell’esecutivo Monti. Deve tornare la normale dialettica democratica. Basta decreti. Basta governare ponendo sempre e comunque questioni di fiducia. Che il governo si occupi dell’economia reale, stremata, come abbiamo visto, dal grande imbroglio dello spread. Questo non vuol dire non tenere i conti a posto, venire meno agli impegni presi sul pareggio di bilancio e sul fiscal compact: questo vuol dire, invece, ritrovare la ragione, ritrovare la nostra autorevolezza e la nostra sovranità”.

“Dobbiamo ricostruire il paese e dobbiamo ricostruire la coesione sociale, distrutta da troppi anni di crisi. Una colpa, però – continua il coordinatore dei dipartimenti del Pdl – ce l’abbiamo: quella di essere un paese diviso, dove c’è sempre una quinta colonna che si allea con lo straniero pur di far fuori il nemico”.

“In altre parole, non si può più, per solo antiberlusconismo, diventare anti-italiani. Presidente Napolitano, se il differenziale Btp-Bund a 536 punti base non è dipeso dal governo Monti il 24 luglio 2012, non dipendeva dal governo Berlusconi a 553 punti il 9 novembre 2011. Non ci possono essere due pesi e due misure. I conti erano a posto ieri, come sono a posto oggi. Anzi – conclude Brunetta – la situazione economica era migliore 10 mesi fa”. (IlM 10/09/2012 – foto http://www.west-info.eu)

Crolla il Pil e per il Sud solo… parole, parole, parole, parole, soltanto parole!!!

Mentre a Cernobbio i banchieri si spellano le mani per applaudire il governo dei professori, a Roma l’Istat richiama gli italiani alla dura realtà dei fatti: la crisi avanza, siamo in piena recessione e tutti gli annunci di interventi per la ripresa del governo Monti hanno ottenuto finora l’effetto contrario. Nel secondo trimestre 2012 il pil (prodotto interno lordo), che misura la ricchezza nazionale, è sceso del 2,6 per cento, il dato peggiore dal quarto trimestre 2009, quando il calo fu del 3,5 per cento. In crisi nera sono anche i consumi delle famiglie: la loro spesa nel secondo trimestre 2012 ha registrato un calo del 3,5 per cento, un dato negativo che rappresenta la media tra il tracollo del 10,1 per cento nell’acquisto di beni durevoli (elettrodomestici e auto), quello del 3,5 per quelli non durevoli (alimentari e vestiario) e quello dell’1,1 per cento per l’acquisto dei servizi.

Il calo del pil è una diretta conseguenza della crisi dell’industria, che dilaga da Nord a Sud: al ministero dello Sviluppo sono stati aperti 150 tavoli di crisi che riguardano 180 mila lavoratori. I dipendenti dell’Alcoa e della miniera del Sulcis sono soltanto la punta emergente del disastro, che la politica di soli annunci seguita finora dal governo non riuscirà di certo a contenere e a sanare. Una crisi che sta colpendo soprattutto il Sud, dove le poche realtà industriali esistenti stanno andando in crisi, senza lasciare alcuna alternativa alla disoccupazione dilagante.

Ci sono decine di crisi ancora irrisolte, da quelle del settore elettrodomestici (Electrolux, Indesit, Antonio Merloni) a quelle del settore turistico (Valtur, Alpitur); dalle telecomunicazioni (Italtel, Sirti, Nokia Siemens) al comparto ferroviario (Ansaldo Breda e Firema), e il tessile e all’arredamento (Mariella Burani, Natuzzi, Miroglio Sixty).

Per restare al Sud, in Sardegna non è solo il destino di Carbosulcis ed Alcoa a preoccupare (450 unità). È già chiusa l’Euroallumina (400 dipendenti diretti), pur mantenendo il 20% degli operai impegnati nella manutenzione dell’impianto mentre gli altri sono in cassa integrazione. Il nodo resta quello dei costi energetici, che in Italia sono superiori a quelli europei del 40 per cento.

Quanto alla Fiat, resta ancora incerto il futuro dei circa 1.300 lavoratori dello stabilimento siciliano della Fiat di Termini Imerese chiuso lo scorso dicembre dopo che è sfumata l’ipotesi di impegno da parte di Dr Motors. Difficoltà ci sono anche in altri stabilimenti del Gruppo con l’annuncio di cassa integrazione per Pomigliano.

In Puglia l’azienda dei divani Natuzzi, che occupa 2.700 lavoratori per la produzione di salotti è in crisi e ha chiesto la cassa integrazione per 1.300 dipendenti.

E’ curioso che di fronte a questo scenario il governo abbia detto, per bocca di alcuni ministri: “Noi la nostra parte l’abbiamo fatta. Ora tocca voi”. Dove il voi si riferisce alle aziende in crisi e ai loro dipendenti. Come dire: arrangiatevi! Parole che solo i banchieri di Cernobbio hanno mostrato di condividere. (da IlM 10/09/2012 – foto http://www.musicjam.it)